Maestro Francesco Currado

Francesco Currado

Scheda Completa di: PROF. FRANCESCO CURRADO


Nasce a Curinga il 12 aprile 1884 (Sabato Santo, come lui stesso ci teneva a precisare) da Currado Giovanni e Michienzi Rosa.
La sua è una famiglia di proprietari terrieri e il padre svolge anche l’attività di calzolaio. E’ il secondo di otto figli, di cui quattro maschi e quattro femmine. Frequenta la scuola, ma la sua sete di sapere non viene appagata.
Appena finita la scuola aiuta la famiglia nel lavoro dei campi (vigneti, uliveti, orto) ed impara il mestiere presso la bottega del padre. Contemporaneamente, senza che i familiari ne fossero a conoscenza, frequenta le lezioni di musica. La famiglia lo scopre soltanto con la sua prima “uscita” quale “musicante” nella Banda cittadina. Il desiderio di apprendere lo coltiva con le lettere e, non bastandogli ciò, ad un amico propone l’insegnamento della musica in cambio di ulteriori istruzioni, a livello ginnasiale. Anche i fratelli suoneranno uno strumento nella stessa banda. Adempie gli obblighi di leva nella città di Novara e nella banda militare. Ritornato a Curinga dal servizio militare riprende le sue occupazioni e con maggiore interesse la musica. All’epoca la banda curinghese era molto apprezzata anche nei comuni del vibonese e, non essendoci mezzi per gli spostamenti, si recavano a piedi e si servivano di un carro solo per il trasporto degli strumenti. Il viaggio era lungo e, per passare il tempo, il Maestro raccontava la trama di un’opera. Nel 1914 decide, come tante altre persone, di emigrare negli Stati Uniti d’America per portare la sua passione per la musica anche all’estero ed il 19 luglio si imbarca a Napoli. Arrivato in America, viene accolto dalla comunità Italiana, che lo aiuta presentandolo alle varie famiglie interessate all’insegnamento della musica ai propri figli. Svolge il suo lavoro in molti stati e fonda delle bande cittadine. Nel contempo, cerca di migliorare le sue conoscenze della lingua, si iscrive ad un corpo di armonia presso l’Università di Chicago. Nel 1923 contrae matrimonio con un’Italo-americana. Il 24 luglio 1925, a conclusione del corso universitario, consegue il Diploma di Armonia. Nel 1928 nasce la figlia Ester. Continua l’insegnamento della musica a privati (pianoforte, legni, ottoni ed altri strumenti), ma rinuncia all’insegnamento propostogli presso l’Università in quanto gli viene chiesto di acquistare la cittadinanza americana, fino alla grande crisi del 1929. A seguito la crisi inizia l’attività di calzolaio ortopedico e l’insegnamento e l’insegnamento della musica viene relegato ad attività marginale. Segue, con grande affetto, l’educazione della figlia, che frequenta con molto profitto, compresa l’Università, dove le viene chiesto, dopo il primo corso di laurea, in sociologia, di fare l’assistente (attuale ricercatore). Durante la seconda guerra mondiale soffre molto per la situazione che si è  enuta a creare in Italia e per l’interruzione di tutte le comunicazioni. Nell’immediato dopoguerra comunica l’intenzione, sempre avuta, di venire in Italia e,  probabilmente, di rimanervi, ma tale desiderio non è stato mai attuato.Successivamente , dopo il suo pensionamento e la definizione degli affari, decide di rientrare in Italia ed il 19 luglio 1960 si imbarca sul Vulcania, che lo porta alla sua amata Curinga. Il 1° agosto 1960, finalmente, a Curinga dopo quarantasei anni di assenza per ritrovare l’affetto dei suoi parenti e trova un ambiente totalmente diverso da quello che aveva lasciato. Nel suo soggiorno a Curinga amava la vita semplice, serena e salutare, con dieta rigorosa e lunghe camminate.Conclude la sua vita l’11 dicembre 1971 nella sua abitazione di C.so Garibaldi.

Mastro Giovambattista Vono

Giovambattista Vono

Scheda completa di: GIOVAN BATTISTA VONO

GIOVAN BATTISTA VONO Di modesta famiglia curinghese, nacque il 12 novembre 1898.
Crebbe allegro, vivace fra i giochi spensierati dei coetanei.Insofferente delle costrizioni, diligente a suo modo nel seguire i  udi menti del sapere presso le scuole del paese, fu avviato anche, avendo dimostrato ingegno a-perto e propensione agli studi, a qualche corso supplementare di lezioni. Ma proprio quando ormai l’inclinazione diveniva, o stava per divenire assuefazione, quando già egli prendeva a gustare il piacere della conoscenza, per le precarie condizioni economiche della famiglia veniva avviato al lavoro di sartoria, per il quale non si riteneva adatto: spirito ribelle, non gli andava di star fermo, costretto al chiuso ed alla monotonia; soffriva per il fatto di essere inutilizzato, anche perché sentiva struggente il richiamo della vita all’aria aperta, al movimento, ai contatti umani. La costrizione esplodeva, nel grigiore e nella piattezza della vita militare, a Trapani, dove il suo spirito inquieto trovava la via d’uscita (e forse di riscatto) nel verseggiare, nel trasfondere sulla carta la piena dei sentimenti dell’età giovanile. E’ di quel periodo una serie di sonetti e di composizioni di vario metro che costituiscono il sostrato sentimental – romantico del giovane sognatore. Accanto a quella che può considerarsi — in queste prime esercitazioni — la « scoperta » del mondo e delle sue varietà, stanno talune immagini preziose, una certa problematicità del vivere.
Di ritorno al paese natale, fondò e diresse, con la collaborazione di amici e sodali, una compagnia filodrammatica — di certo sopravvenuta al segui
o delle indimenticabili esperienze della vita di soldato —, che ancor oggi quelli di solida età ricordano e rimpiangono. L’organizzazione di essa divenne il principale diversivo ( per quel che sì vedrà), la passione, l’attività pratica che lo tennero per molti anni impegnato.
Nel teatro, nella intelligente ricostruzione dei sentimenti e dei fatti della vita era la sua propensione. I meno giovani ricordano ancora le rappresentazioni di: «Le bocche inutili», di Annie Vivanti; «La patente », di Pirandello; «II coraggio », ed altre. Fra i drammi, si diedero « Senza dimani », di Nicola Misasi, « II Maledetto », dai Masnadieri, di Schiller; e poi un’opera liturgica, « La passione di Cristo », condotta sulla falsariga di un manoscritto di autore ignoto, forse proveniente da Nicotera.
Va notato che gli spettacoli, il cui ricavato si risolveva in beneficenza per i poveri bisognosi, si ripeterono con successo tra la popolazione del luogo e di altri centri viciniori.Tali manifestazioni (abbastanza « impegnate », per quei tempi) resero un ottimo servizio alle incolte e « chiuse » masse popolari, ma al contempo fruttarono soltanto momenti di gloria effimera al giovane intraprendente, il quale ebbe a vivere di solito negli stenti e nelle ristrettezze.Prima ancora di tali esperienze, poco più che ventenne, il Vono non volle adattarsi ad impigrire in un qualunque impiego pubblico, che pure gli veniva offerto, poiché per temperamento tendeva a non sciupare la sua libertà di pensiero e d’azione. In seguito, allorquando le dimensioni della realtà gli si mostrarono in un ben diverso aspetto e quando tristemente ebbe ad accorgersi che pure bisognava, con essa, « fare i conti », i possibili approdi impiegatizi gli vennero negati perché antifascista dichiarato, restio ad abbassare la testa, tribolato – orgoglioso. La mancata collocazione,lo scarso lavoro di sartoria, l’assillo di fare qualcosa di buono sollecitarono maggiormente in lui la molla dell’impegno poetico.A ciò si aggiungeva un amore folle, totalizzante, che ormai avvolgeva e sconvolgeva il giovane malinconioso e sognatore: una bella ragazza del paese, di venti anni più giovane, certa Bettina. In considerazione della differenza di età tra i due, i genitori di lei si opposero ad un eventuale legame che, comunque, ad onta di chiunque, sì mantenne saldo, integro, convulso, illuminante nello spirito e nella fantasia del nostro.Da questo diniego derivò, oltre al poetare appassionato, un mutamento nella vita di lui che, estroverso ed affabile con gli altri, si diede a far lo scapolo disordinato, randagio, immusonito con se stesso: appariva di frequente allegro e vivace con gli amici, ma nero e accigliato nel ritrovarsi, in solitudine, davanti al suo fantasma di donna, che era d’altronde la sua Laura, la sua unica ispiratrice.L’amata costituiva una presenza inseparabile (anche se platonica) durante le giornate noiose, come pure durante l’assiduo ritorcimento sui versi che man mano venivano fuori, prodotti in prevalenza da immediati impulsi e lacerazioni del cuore. Incoraggiamenti all’impegno non erano mancati.Sia pur attraverso « canali » minori, le piccole riviste e il mondo letterario paesan – regionale, il Vono otteneva qualche favorevole giudizio e qualche riconoscimento, non ultimo il premio di poesia dialettale « Città di Catanzaro », nel 1954. Innumerevoli furono le carte riempite o abbozzate di versi. Il rovello della composizione, della scrittura, dell’esperienza si faceva sempre più febbrile.Nel gran disordine, di vita e di scritti, era venuto su con una buona raccolta se, come risulta, a tarda età ha tentato di far pubblicare i vari momenti del suo testamento poetico, della travagliata vicenda sentimentale. Si era messo in contatto con la S.I.A., un’editrice di Bologna fallita qualche tempo dopo (alle soglie del ’60).La casa — come risulta da alcune lettere — richiedeva un contributo di lire 15.000 all’autore che, ridotto povero in canna, non potè disporre della somma e non ne fece niente (Presso la stessa editrice andò smarrito il manoscritto originale).Fallita l’ultima grande illusione, il vecchio « zia Titta », come affettuosi lo chiamavano in paese, si ridusse a vivere, amareggiato, in una costante solitudine.A rimetterlo in sesto non potevano bastare, ormai, le attenzioni dei familiari e dei nipoti, cui era molto legato. Di lì a poco, a colmare la misura, superati gli anni della maturità, sopravvennero gli acciacchi e le sofferenze. E in breve immusoniva dinanzi al franare dell’esistenza stessa, che riteneva ormai vuota e insignificante.Di ritorno da una lunga degenza in ospedale, ancora infermo morì, improvvisamente, il 2 agosto 1971. Tante sue carte manoscritte, sparpagliate di qua e di là per la casa, andarono disperse per incuria e per ignoranza.l nipote Giuseppe Vono, geloso custode di tanti di quei lavori, esprimiamo, anche a nome dei lettori, un vivo ringraziamento: per merito suo è possibile offrire alla conoscenza alcune pagine inedite del patrimonio culturale e letterario calabrese.

Mastro Giuseppe Vono

Giuseppe Vono

GIUSEPPE VONO

Nacque anche lui a Curinga il 4 gennaio 1891.

Apprese i rudimenti del sapere alla scuola elementare del paese, che ancor ragazzo lasciò per frequentare la bottega del padre sarto. In breve divenne abile nel mestiere facendosi notare per la bravura nella esecuzione dei lavori.Che fosse sarto di valore l’attestano medaglie e diplomi conseguiti più volte al concorso bandito dalla rivista “Moda maschile”. Fu sostanzialmente un ingegnoso autodidatta che da solo andava scucendo i modelli e le confezioni che gli capitavano sottomano per apprendere il criterio e sperimentarlo alla perfezione.
Ma con il mestiere andò incontro a momenti di scarsa richiesta e di inattività coatta.Ancor giovinetto, nel 1905, esercitando la sua arguzia nel gioco delle rime, componeva qualche poesia caratterizzata particolarmente da pienezza sentimentale, da accostamenti forzati, da ragionare retorico, da sentenziosità.La vera produzione vien fuori nel corso degli anni 1929-30 e seguenti, con intervalli, fino agli anni ’60. Abbondante e varia ma di scarso valore risulta la rimeria del periodo militare, che il nostro trascorse a Benevento.
Ritornato in paese, partecipò alla lotta politica militando fin dal 1919 nelle file del partito socialista. Fece parte dell’ala turatiana, idealista – umanitario – radicale.In una comunità prettamente agricola in cui emergevano appena pochi professionisti (impiegati), autodidatti, durante il periodo pre – e fascista la vita di pensiero del paese si conduceva con scambi fra “intellettuali”, i quali costituivano qualcosa di simile ad un cenacolo culturale: nel negozio di tessuti di Bruno Sgromo. Ebbene, col passare del tempo il sodalizio dava buoni frutti mentre la frequentazione favoriva gli scambi e gli arricchimenti di natura letteraria in quelle fervide menti.
Intanto, nel maggio 1922 sposò Maria Burggina, figlia di un piccolo proprietario di terre; ne ebbe nove figli, quattro dei quali morti in tenera età. I nomi di essi, datala devozione ai grandi della letteratura, richiamano quelli di Parini (Giuseppe), dell’Alighieri (Dante), di Saba (Umberto,) dell’Alfieri (Vittorio), del Manzoni (Alessandro).
Oltre che, in precedenza, sulla Gazzetta di Benevento, andava pubblicando sue poesie su La voce dei Calabresi di Buenos Ayres, e a volte anche per radio, sempre in Argentina. I rapporti con paesani emigrati in quella nazione divennero stretti, tanto che con il loro contributo e con la solidarietà degli amici e degli estimatori si raccolsero, in anni in cui il capitale, in mano a pochi privilegiati, non circolava tra il basso popolo, mille lire, con la qual somma fu realizzata una biblioteca pubblica. Invero il podestà del tempo tentava di scoraggiare l’iniziativa proprio perché lui stesso, suo malgrado, sarebbe venuto a trovarsi presidente di una istituzione di pretta marca antifascista; ma si superò l’ostacolo facilmente, poiché fu delegata a presiedere altra persona.Da socialista, egli tenne varie volte discorsi a sfondo sociale, malvisto dalle autorità del tempo e dagli uomini di mente retriva. Anche per questo, in seguito a un certo subbuglio subì, insieme ad altri, un processo in cui gli fu comminato un mese di carcere. Ecco cosa era avvenuto in quel lontano 1921. Il 2 novembre, solenne ricorrenza, si commemoravano i defunti con cerimonia ufficiale.
Accanto a questa, si tenne una manifestazione parallela, ad opera di dissenzienti, con bandiere rosse, appartati rispetto alle “autorità” : fatto, questo, che subito non andò a genio ai corrugati amministratori. Dopo una breve mischia e un principio di alterco, per fortuna senza conseguenze, dinanzi al cimitero, i composti “manifestanti” furono fermati e denunciati.
Al processo che ne seguì parecchi cittadini furono condannati a brevi pene detentive, poco dopo annullate da regolare proscioglimento.
Altra futile vicenda giudiziaria si ebbe verso gli anni ’30-31. La vita del paese si animava con le squadre sportive di calcio (era negli intenti del governo di allora incrementare le gare sportive e sollecitare lo spirito di agonismo nei giovani e nei meno giovani per nascondere i reali problemi sociali).
Si tenevano frequenti incontri sfida con le squadre di paesi vicini. Il pubblico tifava a maggioranza per la seconda compagine calcistica, la quale non riusciva quasi mai ad imporsi e a vincere.
Or dunque, in quei giorni era apparso nella frzione ACCONIA un insolito manifesto murale su c
i tra l’altro si leggeva:
DOMANI TUTTI A CURIN A AD ASSALTARE L’ESATTORIA LE TASSE NON SI PAGANO ABBASSO MUSSOLINI AL SEGNALE DEGLI SPARI CONVENITE TUTTI IN PIAZZA!La cosa venne alleorecchie della forza pubblica, ed il maresciallo del tempo informò il comando legione carabinieri: mentre la popolazione nulla sapeva del manifesto. Ignorando del tutto la cosa, i curinghesi in massa si erano recati ad assistere alla partita. Verso la conclusione dell’incontro, caso volle che esultassero di gioia per la vittoria della seconda compagine. Uno sportivo fece scoppiare in aria un petardo (interpretato, dai militi, come “il segnale” del manifesto). Tornati in paese, si scese in corteo in piazza a festeggiare. Sennonché, nel passare davanti all’esattoria, i giovani si videro fermare dagli uomini in divisa senza un motivo plausibile.
Gli esponenti sportivi, indiziati dell’intenzionalità di un delitto — l’assalto all’esattoria — di cui nulla sapevano, furono cacciati in carcere. Nonostante l’intervento del segretario del fascio locale la cosa andò avanti, ed al processo si ebbero due condanne a sette mesi e numerose altre di un mese ciascuna.Altra notazione. Alla findella guerra, anche dopo l’armistizio di Cassibile i vecchi amministratori fascisti non accennavano a volersene andare. Per reagire a tale abuso continuato, il popolo il 18 ottobre incendiò la casa comunale.Abbiamo qui inserito alcuni avvenimenti — sia pur discontinui e sconnessi — perché in essi, oltre che nella piatta quotidianità, visse l’autore il quale, spirito mite ed equilibrato, nel corso di ribellioni e rigurgiti popolari e rivolte scioviniste o appena di contrasto e di ripicca (che sarebbe lungo elencare) cercava sempre di fare opera di persuasione nei confronti dei più esagitati e dei più disperati. Nelle condizioni miserevoli del tempo serpeggiavano lo scontento e il dissenso, l’orgoglio e la brama di libertà. Il nostro incarnava il tipico atteggiamento di prudenza e di attesa, di assuefazione, che fa prevalere la ragione quando le cose stanno per mettersi male (fra Tommaso Campanella in Calabria non fa scuola, rimane una singolare eccezione!).
Giuseppe Vono chiudeva la sua esistenza, compianto dai figli, da estimatori e amici, il 9 settembre 1975.

Maestra Giovanna Menniti

Maestra Giovanna Menniti

 Giovanna Minniti

(Pizzo Calabro, 1898 – Perugia, 1978)

 Storia di una maestra del ‘900

Giovanna Minniti, terza di undici figli, nasce a Pizzo Calabro il 26 giugno 1898, da Carlo Minniti di Siderno e da Pietra Vitale, nata a Sciacca. Il padre, Questore della Calabria viene trasferito per lavoro a Perugia e Giovanna segue la famiglia in questa nuova città; qui prosegue gli studi e consegue il diploma magistrale il 21 luglio 1921. Vincitrice di concorso, per la severità del padre deve rinunciare alla Cattedra da titolare per non trasferirsi in un’altra città, quindi inizia ad insegnare come supplente, a Perugia dal 1921 al 1927, anno in cui decide di lasciare la famiglia e di trasferirsi a Catanzaro, dove lavora come istitutrice in un convitto.

Nel 1928 inizia la carriera di maestra elementare in Acconia, con non pochi problemi; infatti si ammala di malaria e nonostante la guarigione il cuore ne rimane per sempre danneggiato. Insegna gratuitamente a molti adulti, contribuendo alla lotta all’analfabetismo. Vicina ai più poveri e bisognosi, aiuta con amore alunni e famiglie in difficoltà. Dal 1929 al 1930 diviene vigilatrice di colonie a Curinga dove insegnerà dal 1931 al 1963.

Sempre qui conosce e sposa Giovanbattista Lo Scerbo, proprietario terriero, da cui avrà tre figli: Rosina, Piera e Giuseppe.

Rosina vive a Lamezia, Piera vive a Perugia, Giuseppe, vissuto a Perugia, muore nel 1968.

Giovanna Minniti ha studiato in un periodo difficile, in cui la maggior parte delle donne non potevano studiare.

 Ha iniziato a lavorare contro il volere della famiglia, spinta dalla passione per l’insegnamento. Ha esercitato la sua professione di maestra qui, in Calabria; ha amato questa terra pur riconoscendone l’arretratezza e la mentalità chiusa a ogni innovazione. Non fu certo facile per lei, vissuta in una città come Perugia, trovarsi improvvisamente costretta, per poter lavorare, a vivere in un ambiente rurale, in una realtà economicamente e culturalmente depressa, come era al tempo del Fascismo la Piana di Sant’Eufemia e in particolare la zona di Acconia e Curinga.

 È stata punto di riferimento e guida per intere generazioni, esempio di come sia possibile non soccombere e non cedere alle difficoltà, sia di lavoro che familiari e come con l’impegno e la volontà si possano fronteggiare e superare ostacoli e pregiudizi senza mai perdere la propria dignità, la propria identità, essere donna nel significato vero della parola. Va in pensione all’età di sessantacinque anni. Muore a Perugia il 3 maggio 1978.

 Intervista a …

 La chiameremo Maestra Giovanna, così come forse i suoi alunni la chiamavano, vorremmo che lei ci raccontasse la sua storia e la interromperemo per rivolgerle qualche domanda, quando sarà il caso.«I miei alunni mi chiamavano Maestra Minniti per una forma di rispetto. Il nome non si usava. Sono nata a Pizzo Calabro nel 1898 il 26 giugno. Sono la terza di undici figli. A quei tempi le famiglie erano costituite da tanti figli, i quali, si diceva, erano benedizioni del Signore! Mio padre era Questore e dalla Calabria fu mandato a svolgere il suo lavoro a Perugia. Io ho vissuto lì da quando ero piccola. Lì ho studiato ed ho conseguito il diploma magistrale».

 Noi pensiamo che studiare e andare a scuola, anche per i tempi passati fosse naturale, così come lo è oggi, invece com’era?

 «Studiare non era una cosa semplice e naturale come oggi, soprattutto per una donna. Mio padre era un uomo molto severo, non ci proibì di studiare, ma per il lavoro fu diverso. Conseguito il diploma magistrale mi

preparai per il concorso che vinsi e finalmente divenni una maestra. Era il mio sogno, lo desideravo tanto, non fu una professione scelta come ripiego. La maestra era molto considerata nella società di allora e poi per me aveva un fascino particolare, stare con i bambini e insegnare loro tante cose era un lavoro che mi appassionava. I problemi cominciarono proprio quando vinsi il concorso. Mio padre non voleva che mi allontanassi dalla città in cui vivevo con tutta la mia famiglia e per questo motivo rimasi lì, facendo la supplente, perché per diventare titolare mi sarei dovuta spostare e in più, essendo una donna, era impensabile andare altrove e vivere da sola per lavorare. A un certo punto, dopo sei anni, capii che se volevo fare la maestra sarei dovuta andare lì dove era richiesto e contro il volere di mio padre, feci le domande fuori Perugia e mi chiamarono a Catanzaro come istitutrice in un convitto.

La lotta con mio padre fu molto dura, soffrii molto perché mi dispiaceva dare un dolore ai miei genitori, ma il desiderio di rendermi utile mi fece superare tutte le difficoltà e trovai il coraggio di partire».

 Dopo dove insegnò?

 «Proprio l’anno dopo ebbi la sede di Acconia. Era un piccolissimo villaggio, ai piedi di un paesello di poco più

grande, Curinga, nella Piana di Sant’Eufemia.

Come avrete studiato, la zona era malarica ed io mi ammalai di malaria proprio all’inizio della mia attività di insegnante. Mi sembrava che tutto andasse male, le febbri alte mi distruggevano, ero sola, stavo tanto male, ma ce la feci, superai la malattia, anche se il cuore restò danneggiato per il resto della mia vita. Ora, come saprete, la malaria in Italia non c’è più, esiste solo in alcune zone dell’Africa».

 Com’era la scuola dove ha insegnato all’inizio?

 «Non potete immaginare come si stava a scuola una volta. Le aule erano stanze di vecchie case, spesso pioveva dentro, non vi era alcun tipo di riscaldamento, i bambini non erano ben coperti d’inverno, a volte erano anche senza scarpe, la miseria era tanta. Non avevano libri e materiale, intendendo per materiale una

penna e un quaderno, la maestra però riusciva a trovare quanto serviva e riusciva a lavorare anche in quelle

condizioni. Inoltre, poiché non c’erano le aule e i maestri necessari, i ragazzi di tante classi si riunivano con

un’unica maestra, si chiamavano pluriclassi. Pensate come si poteva lavorare contemporaneamente con ragazzi delle cinque classi delle scuole elementari. È stato un lavoro molto duro…».

 Com’era considerata la maestra in quell’ambiente povero? La gente le era vicina?

 «La maestra era una consigliera per tutta la famiglia e in tutti i campi. La gente si fidava di me, mi era vicina,

mi davano quel poco che avevano, sentendosi onorati nel dare alla maestra anche un uovo. Ricordo il rispetto che c’era verso di me, gli uomini che venivano ad accompagnare i figli si toglievano il cappello e stavano chini sino all’uscita senza mai girare le spalle».

 Lei ha lavorato nel periodo del Fascismo, che diritti aveva la donna in quel periodo e come veniva considerata?

«La donna nel periodo del Fascismo aveva pochi diritti ed era poco considerata. Il suo ruolo era esclusivamente in famiglia, come donna di casa, senza un lavoro, sottoposta al marito, necessaria per procreare e creare le famiglie con tanti figli, almeno sette, cosi come voleva Mussolini. Molte donne, all’epoca, non studiavano, o al massimo andavano a scuola sino alla V elementare. Per motivi di sicurezza, essendoci la guerra, non si decideva facilmente di far studiare i figli, soprattutto le donne. La differenza tra l’uomo e la donna era molto evidente. La donna non poteva nemmeno votare, perché non era considerata capace di scegliere. Ricordo il 1946: il voto alle donne. Anche io votai per la prima volta, fu una vera conquista: eravamo riconosciute come esseri pensanti. Le prime leggi sul lavoro femminile risalgono al 1934 – 35. Poi nel 1971 si stabili l’astensione obbligatoria dal lavoro, ma nel Fascismo si doveva tornare al lavoro subito dopo il parto. Sapete che noi donne non ci perdiamo mai d’animo e anche allora ci ingegnavamo e non mi vergogno a dire che una signora mi portava i miei tre figli nascosti in coperte per poterli allattare. Passati i primi mesi, li ho tenuti a casa con l’aiuto dei familiari».

 Le famiglie erano così come sono oggi?

 «No, la famiglia era un grande gruppo . Spesso ci si sposava e si stava in casa con i genitori di uno dei due

sposi. Imparavamo a vivere insieme, a condividere cose e spazi. Oggi c’è molto individualismo, ognuno vuole stare da solo, per conto proprio, non si condivide con naturalezza e facilità, in questo eravamo più fortunati noi. Anche nella crescita dei figli c’era più collaborazione, c’erano tante persone che vivevano nella casa o che stavano saltuariamente in famiglia, c’era gente disposta ad aiutare per un piatto di minestra calda, per stare in casa vicino a un focolare acceso. Tutto questo è sparito».

 C’erano tante persone analfabete, ha qualche ricordo legato a ciò?

 «Proprio per quanto vi ho detto prima, per la guerra, per la povertà, c’era tanta gente adulta analfabeta.

Posso dire con soddisfazione di avere insegnato a leggere e a scrivere a molte persone, le quali pur senza aver conseguito alcun titolo di studio, hanno migliorato in qualche modo la loro vita. Soprattutto prima del mio matrimonio, ma anche dopo, all’imbrunire si formava davanti la mia casa una fila di persone, per lo più

uomini, che dopo aver lavorato venivano a casa mia per imparare a leggere e a scrivere. Non c’era ancora nemmeno la corrente e con un lume a petrolio, nella mia piccola stanza, aiutavo chi voleva imparare.

Ricordo che molti venivano direttamente dal lavoro dei campi. Ricordo i volti stanchi e bruciati dal sole, gli occhi assonnati, le mani ruvide e indurite dal lavoro, l’impresa di tenere la penna in mano, di scrivere prima in stampatello e poi in corsivo, i dettati, e poi la loro prima lettera era per me, per dirmi grazie!

Nel leggere ricordo lo sforzo nel pronunciare le prime sillabe e poi i suoni diventavano parole e le parole frasi e sapevano leggere! La gratitudine di quelle persone non mi ha mai abbandonato, la soddisfazione sui loro volti è stata per me una invisibile ma grandissima somma di danaro».

Ci racconti qualche aneddoto significativo che riguarda la sua attività di insegnante elementare.

 «Ho tanti ricordi nella mia mente, ma voglio raccontarvi soltanto due fatti significativi per me. Un episodio riguarda un ragazzo difficile e ribelle, soprannominato ‘u crivaru perché il padre faceva dei cestini, finita la scuola si mise in un grosso guaio ed andò in carcere. Dal carcere mi scriveva chiedendo perdono per quello che aveva fatto e io cercavo di incoraggiarlo e di fargli guardare con speranza al futuro. Appena uscì dal carcere venne a trovarmi e ricordo ancora il suo abbraccio e le sue lacrime sulle mie mani. Non mi aspettavo tanto, non pensavo che veramente sentisse il bisogno di chiedere perdono a me per quanto aveva commesso. Ne fui commossa e felice. Un altro episodio che ricordo riguarda un terribile incidente causato anche dalla miseria di allora. Le case erano molto piccole e molte persone vivevano in un’unica stanza con accanto una stalla. Una volta una bambina, mentre dormiva cadde dal letto e venne presa a morsi da un maiale, che stava appunto lì vicino. Si salvò, ma riportò diverse mutilazioni, la maggior parte alle mani. Si sentiva ed era diversa, per questo non riusciva a venire a scuola, la convinsi, e all’età di dodici anni iniziò a frequentare la prima classe. Non avendo tutte le dita della mano destra, trovò molta difficoltà, ma riuscì a scrivere, imparò a leggere e a stare senza vergogna con i compagni di classe. Il suo viso, pure deturpato, sembrava più bello e ricordo quanti baci mi dava per dimostrarmi la sua felicità. Ho saputo che ha avuto una vita difficile e ora è morta, il suo nome era Immacolata. Questo è l’ultimo ricordo, perché poi andai in pensione all’età di sessantacinque anni. Una vita per la scuola».

 Grazie, per quanto ci sta raccontando, ora vorremmo che lei ci lasciasse con un pensiero sul lavoro e sulla donna di ieri.

 «Voglio dirvi che ogni lavoro che in futuro svolgerete potrà essere bello e appassionante come il mio, se lo svolgerete con il cuore e non solo con la mente. In ogni lavoro considerate sempre gli altri, considerate chi avete di fronte, ogni lavoro è per gli altri, non per noi stessi. Non dimenticate le donne che vi hanno preceduto, che prima delle vostre mamme e di voi hanno lottato, sia in famiglia che nella società, pensate alle donne vissute sotto la dittatura, alle mamme che non hanno visto tornare i loro figli dal fronte, a quelle che non avevano notizie per mesi e anni, pensate quante donne non hanno avuto alcun riconoscimento, pur compiendo con coraggio il proprio mestiere. Pensate alle donne che non avevano niente o avevano poco, ma avevano tanto coraggio. Grazie a voi per avermi permesso di raccontare parte della mia storia».

 Testimonianza

 Sono stata invitata a tracciare un ritratto della maestra Giovanna Minniti, sono onorata, ma nello stesso tempo impacciata nell’esternare il profondo sentimento che mi lega a lei e che vorrei custodire nel mio cuore, come ho fatto fino ad ora. L’ho conosciuta fin da bambina, frequentavo la I elementare, non era la mia insegnante, ma ogni volta che la vedevo nasceva in me un profondo turbamento e pensavo: «Come vorrei essere una sua alunna!». Ogni mattina, puntuale, arrivava a scuola, elegante, austera e sobria nel portamento ma dolce e materna quando posava gli occhi per cercare tra i bambini qualcuno che avesse più bisogno.

 Era questa una sua caratteristica, l’attenzione verso i bisognosi, gli emarginati, i ragazzi in difficoltà familiari, economiche, e riusciva a penetrare nel cuore e ad aiutare lì dove c’era un bisogno di qualsiasi tipo. Teneva molto al proseguimento degli studi, aveva capito che con la cultura e lo studio si poteva cambiare in qualche modo le sorti di una popolazione e quando ci incontravamo, finita la scuola elementare, era premurosa con me e sempre mi chiedeva notizie sul mio andamento scolastico. Quando passavo sotto la sua casa, sollevando gli occhi la vedevo affacciata al balcone, spesso era intenta a curare le piante e mi chiedevo come mai una donna così austera potesse amare, curare e proteggere le piante. Il suo cuore, allora capii, era tenero come quando guardava i suoi scolari per scoprire i loro piccoli ma importanti problemi.

Divenni anch’io maestra, forse per seguire un esempio per me così importante, un modello quasi, e nei primi anni d’insegnamento mi capitò di supplirla una volta che aveva avuto problemi col cuore. Entrai nella sua classe impacciata, timorosa, emozionata, nell’aula aleggiavano i suoi insegnamenti e il suo spirito. Mi domandavo: «Sarò in grado di supplire una maestra così brava e preparata?». Avevo mille dubbi e timori, mi feci coraggio e andai a trovarla. Le comunicai ciò che avevo fatto e quanto intendevo fare. Anche in quella circostanza si distinse per gentilezza e finezza. Mi incoraggiò, mi disse che stavo lavorando bene, mi spronò ad essere sicura nell’andare avanti.

I suoi consigli, l’esempio di come essere un’insegnante attaccata alla scuola, sino a trascurare la propria salute, mi hanno accompagnato in tutta la mia carriera. A distanza di anni e con la maturità di oggi, posso ora dire con convinzione che era una donna completa, come è difficile essere, ottima madre, eccellente e sapiente maestra di scuola e di vita, amica sincera. Ho capito forse quale era il suo segreto: metteva impegno e serietà in tutto quello che faceva e per questo tutto quello che realizzava era perfetto. Non posso non ricordare le sue ricette gastronomiche, erano veramente di alta scuola di cucina. La sua vita non è stata facile. Trasferitasi al Sud dal Nord, si dovette adattare ad una realtà rurale, povera e arretrata. Si integrò e non fece mai pesare di essere una persona cresciuta e appartenuta a un’altra realtà. Anche in famiglia ebbe tanti problemi, eppure riuscì con la sua grande fede a superare tante e inenarrabili vicissitudini; quando, però, subì la perdita del figlio ancora giovane, la sua vita cambiò.

Il suo cuore, già ammalato in conseguenza della malaria, si indebolì ancora e la sua salute divenne più precaria. La Maestra Giovanna è morta a Perugia, lì dove aveva trascorso gli anni della sua giovinezza, riposa accanto al figlio, così come lei aveva voluto. Nel paese dove ha lavorato c’è tanta gente che si ricorda di lei con affetto, rispetto, tenerezza e che insieme, ancora una volta vorrebbe dirle grazie per aver dedicato parte della sua vita a educare, formare, istruire intere generazioni.

Elisabetta Fiocca

Maestro Pietro Giovanni Terranova

Prof. Pietro Giovanni Terranova

MAESTRO PIETRO GIOVANNI TERRANOVA

…“Era d’Estate e mio padre se ne andava

tra dolori e affanni.

Fu ‘solo’ un errore; amava la vita,

aveva trentott’anni.”

… Così un passaggio della breve elegia Stagioni (del dolore) della figlia Maria Francesca, inserita nella raccolta tutta palpiti “Mare d’inverno”, pubblicata nel 1999.

Sì, era d’estate e, precisamente, era l’11 luglio del 1956: una serena, calda, luminosa giornata improvvisamente oscurata dall’ombra d’infinita tristezza proiettata, nell’animo di tutti coloro che lo avevamo avuto come docente, dalla notizia della morte, prematura e difficile da accettare, del maestro Pietro Terranova. In chi lo aveva conosciuto e, soprattutto nei colleghi, negli amici e negli scolari, la sua scomparsa ha lasciato sconcerto indicibile e commozione profonda. Ricordo, come se fosse accaduto ieri, quando, a mio fratello Vincenzo che, tornato da Curinga, visibilmente scosso e con occhi lucidi, tutto d’un tratto, mi chiese: “Indovina chi è morto?”, io risposi senza esitazione, sulla spinta di uno strano presentimento, con il cuore in tumulto e con le lacrime che già mi velavano la vista: “Il maestro Terranova, don Pietro”. Egli annuì soltanto perché un nodo gli serrava la gola. Restammo entrambi in lacrime ed in silenzio per interminabili minuti, mentre il gorgoglio delle acque del vicino torrente assumeva prerogative di mesto sottofondo al nostro dolore e, nello stesso tempo, di cassa di risonanza della nostra intima costernazione. Poi ci lasciammo trascinare dall’onda dei ricordi e ripercorremmo, con concitati “Rammenti quando…” che ci rimandavamo l’un l’altro, i trascorsi scolastici, brevi ma intensi, che ci avevano accomunato al maestro. Parlammo anche dell’affabile accoglienza che aveva riservato a me che, seppure non iscritto, aveva accettato in classe elargendomi gli insegnamenti alla stregua degli alunni “regolari”. Ci soffermammo sull’atmosfera di serenità che si respirava nella sua classe, in un clima di fervida operosità, sulle nostre richieste di aiuto in situazioni di difficoltà mai disattese, sui suoi solleciti interventi, su quel senso di sicurezza che si sprigionava dalla sua figura carismatica e che cominciava a coagularsi in fondo al nostro animo

Un’altra stretta al cuore c’incalzò quando il pensiero si soffermò sul dramma che stava vivendo la famiglia, sullo strazio dei figli, sul fragore assordante d’un intero mondo crollato sui quindici anni, incompiuti ancora, di Antonio, l’amico e compagno di studi Totò, sullo smarrimento di Franco che aveva visto venir meno, con la tenerezza del padre, dell’educatore la fermezza e del maestro la saggezza, sulla disperazione di Maria Francesca, la tenera Mariuccia, che osservava incredula il tramonto della luce paterna nel lago del suo cuore all’alba del proprio percorso vitale, sull’angoscia ed il tormento dell’adorata moglie, donna Concettina, che si sentì invadere di buio l’anima e la mente dalla nebbia di un silenzio di pietra, immutabile e duro, stampato con una monotonia senza fine in ciascuna delle caselle che seguivano i mille interrogativi sul crudele, assurdo destino cui si era dovuto inchinare il giovane marito, sul vivo dolore del fratello Sandro che con lui aveva perduto insieme all’affetto, una guida ed un sostegno insostituibili, colui che lo aveva accudito fin da bambino, che lo aveva preso per mano, allevato e coccolato e, spesso, addormentato ai ricordi della mamma raccontati a ninna-nanna.

Poi riprendemmo le rievocazioni e ci soffermammo sulle sue particolari doti umane intrise di carità cristiana autentica, praticata con costanza e slancio, come dimostrano due esempi di cui eravamo venuti a conoscenza per la spontanea testimonianza dei diretti beneficiati: un ragazzino scalzo e intirizzito per il freddo che si vede consegnare da don Pietro un paio di scarpe nuove, fatte preparare per il figlio nell’imminenza delle feste natalizie, e un giovane malvestito ed infreddolito che si ritrova assestato sulle spalle un caldo cappotto che egli si era tolto di dosso senza esitazione alcuna. Per giorni e giorni la figura del maestro ha avuto il predominio nei pensieri e nei sentimenti nostri ed ogni qualvolta ci ritrovavamo insieme, io e mio fratello, riprendevamo a parlare di lui perché ciascuno di noi era rimasto come prigioniero delle spire di contrizione che ci attanagliavano e mente e cuore. Il dispiacere si intensificava quando andavamo in paese perché lungamente vi abbiamo notato la gente annichilita e come avvolta in un cupo e pesante alone di sgomento per l’inspiegabile, repentina dipartita di don Pietro.

Ricordo bene di essere stato regolarmente iscritto, in prima elementare, fra i suoi alunni e di aver seguito le sue lezioni, anche se per pochi mesi, poiché, ad un certo punto gli è subentrato un giovanissimo maestro, di prima nomina, l’insegnante Vincenzo Orlando, originario della Sicilia.

Questa sia pur breve esperienza di scolaro suo insieme alle pregresse frequentazioni della sua classe in età prescolare, di cui si è fatto cenno sopra, oltre ad avermi dato l’opportunità di apprezzarne le straordinarie doti di insegnante illuminato, attento e carico di un’ineffabile umanità che traspariva chiara dal suo atteggiamento paterno, nonostante l’austerità del suo ruolo, dalla dolcezza del suo sorriso, sempre adombrato – non posso dimenticarlo – da delicate sfumature d’una malcelata malinconia, che emergeva dal profondo del cuore e affondava le radici (mi è dato solo ora saperlo) nel dolore per l’amara perdita della giovane mamma proprio mentr’egli procedeva speditamente sul cruciale sentiero dell’adolescenza, nonostante l’importanza e l’asperità degli insegnamenti, mi abilita in certo qual modo, insieme alla sincera, affettuosa amicizia che mi ha legato e mi lega a tutti i suoi familiari, a scrivere queste brevi note su di lui per l’anelo desio, rimosse le opache squame del silenzio, di affidarle, discrete e lievi, alle speranze del futuro per fermarle tenacemente alle terse pareti del tempo e perpetuarne la memoria.

Nato a Curinga il 22 settembre 1917 da Pietro Giovanni e da Maria Francesca Bonacci, visse un’infanzia ed una fanciullezza serene anche se venate da soffuse striature di mestizia per la lontananza del padre, valente ebanista, emigrato, qualche anno dopo la fine della Grande Guerra, in America d’onde ritornerà a Curinga in seguito alla tremenda congiuntura del 1929 per sottrarsi agli effetti negativi della storica recessione economica che ha asfissiato finanziariamente gli Stati Uniti. Egli, con i risparmi di quei dieci anni di sacrifici, riuscì a costruire, in posizione panoramica, una bella casa, completa di laboratorio di falegnameria per la ripresa della sua attività di artigiano, allora molto ricercato per la preziosità dei lavori, eseguiti non solo con grande precisione ed eccezionale maestria corroborata da spiccato senso estetico, ma anche in tempi rapidi, grazie ai macchinari d’avanguardia portati dall’America.

Nella piana di Sant’ Eufemia fervevano in quel tempo i lavori di bonifica delle zone acquitrinose promossi dal governo fascista per acquistare le fertili terre alle colture e nello stesso tempo per debellare la malaria. Si realizzavano canali di scolo per il deflusso delle acque stagnanti, opere di colmatura delle zone depresse del terreno, argini e briglie per la sistemazione idraulica dei torrenti lungo il loro corso collinare e montano al fine di frenare l’eccezionale azione erosiva delle acque in piena e per prevenirne la tracimazione a valle, ponti per superare fiumi e canali in corrispondenza delle varie strade, ferrate, statali, provinciali, vicinali o interpoderali che fossero. Fu altresì rifondato, tra gli altri, l’allora cosiddetto Villaggio Agricolo di Acconia di Curinga, costituito dalle costruzioni, fontana compresa, prospicienti la piazza triangolare su cui si affaccia la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista, inaugurato il 2 maggio 1931.

Per le acclarate competenze nella lavorazione del legno, ma soprattutto per le comprovate capacità organizzative del lavoro, egli fu assunto in qualità di “assistente”, vale a dire come pianificatore, guida e supervisore dei lavori della squadra degli artigiani e degli operai incaricati della costruzione di tutte le opere in legno quali impalcature, armature per le colate di calcestruzzo, forme per le sagomature delle opere d’arte, baracche per il pernottamento dei lavoratori e per la custodia dei materiali e delle attrezzature. Tale attività gli assicurava un’entrata regolare che, oltre a contribuire ad elevare il tenore di vita della famiglia, gli garantiva la disponibilità economica necessaria per mantenere agli studi i figli in maniera più che dignitosa.

Nonostante il suo rientro fosse stato funestato dalla morte della moglie, deceduta dopo aver dato alla luce, a distanza di quattordici anni dalla nascita del primogenito, il secondo ed ultimo figlio Sandro, egli fece riprendere gli studi a Pietro, che, ormai quindicenne, fu mandato a Salerno nel convitto, a quel tempo, ancora annesso all’istituto superiore “ Regio Istituto Magistrale” presso il quale, con eccellente profitto, soprattutto nelle materie scientifiche e grafico-pittoriche, conseguì nella sessione estiva dell’anno scolastico 1937/1938, sia la Maturità Magistrale sia uno specifico diploma in Geometria che lo abilitava ad eseguire progetti per la costruzione di edifici in muratura. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il giovane maestro, dopo aver superato il corso per Allievi Ufficiali di Complemento, fu assegnato, con i gradi di sottotenente, al 24° Reggimento “Cravatte Azzurre” inviato in Jugoslavia.

Come ufficiale guidò il “14° Battaglione mortai d’assalto” partecipando, dall’autunno del 1941 all’8 settembre 1943, alle operazioni di guerra al confine tra Croazia e Slovenia, zona molto pericolosa per i continui assalti dei nemici. Si distinse per le doti di coraggio, per l’equilibrio nell’esercizio delle funzioni di comandante, per le straordinarie capacità diplomatiche messe in atto con l’obiettivo di mitigare gli orrori della guerra, addolcendo, con convincenti strategie, lo spirito bellicoso dei Croati e ottenendo così una tacita tregua.

Degna di nota la decisione assunta a far saltare in aria, con le dovute precauzioni per non arrecare danni alle persone, l’officina che un meccanico usava clandestinamente come base di rifornimento di armi agli Sloveni con l’eloquente rischio di compromettere la situazione di non belligeranza che si era implicitamente instaurata tra i contendenti schierati sugli opposti fronti. La perentoria risoluzione provocò una contegnosa reazione dell’uomo, subito tramutatasi in riconoscente gratitudine, avuta contezza dell’attenzione osservata perché non venisse coinvolto nella drastica distruzione dell’immobile.

Finita la guerra e superato il concorso magistrale, si dedicò all’insegnamento in cui profuse ogni energia con il trasporto e la coscienza dell’educatore esemplare e versatile qual era, animato dal religioso intento di accendere di luce e di colori il cielo dell’avvenire di ogni suo allievo. Per la particolare dolcezza del carattere, la mirabile pazienza, e l’eccezionale tenerezza che nutriva per i più piccoli, gli si demandava spesso di svolgere la sua azione didattica in favore degli alunni delle prime classi.

Ed era nient’affatto un’agevolazione ove si consideri l’esorbitante numero degli iscritti alla prima elementare che spesso oltrepassava le sessanta unità delle quali, in quinta, arrivavano meno della metà, computando coloro i quali venivano inglobati, lungo il percorso dei cinque anni, perché ripetenti. Seguire sessanta bambini, guidare la loro manina a tenere la matita o la penna, indirizzarli ad orientarsi sul foglio di quaderno, specialmente nei primi tempi, richiedeva spirito di sacrificio autentico e amore incondizionato per scolaretti insicuri, impacciati, timidi. Soprattutto perché, salvo rare eccezioni, gli alunni delle prime classi, fino all’età dell’obbligo scolastico, non avevano toccato né matite né penne né quaderni ché tutto questo materiale, se circolava in casa per la presenza di fratelli più grandi che andavano a scuola, era categoricamente tenuto fuori della portata dei piccoli non già per la salvaguardia della loro incolumità, giacché, abituati fin dai primi anni di vita a rendersi utili e ad aiutare i più grandi nelle varie attività, essi diventavano capaci di maneggiare, con le dovute precauzioni, coltelli od altri utensili dotati di lame affilate, attrezzi taglienti, oggetti vari acuminati, bensì perché non arrecassero essi stessi danni al materiale scolastico consumandolo, spezzandolo o rovinando la mina alla matita, il pennino alla penna. Perché, a quei tempi, – siamo negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale – per la maggior parte delle famiglie comprare libri e materiale per la scuola spesso significava sacrificare parte dell’indispensabile per sopravvivere, non già il superfluo o il voluttuario.

Pertanto, per avviarli a padroneggiare matite, colori e penne spesso sfuggenti al controllo di “manine adulte”, non abituate ad usare oggetti sottili e leggeri, occorreva possedere una particolare sensibilità connaturata e nutrire una speciale predilezione per bambini di quella età spesso bloccati, disorientati ed oltremodo incerti e timorosi.

E don Pietro per bontà, nobiltà di cuore e delicatezza d’animo non era secondo a nessuno: si avvicinava agli scolaretti, oltre che con la premura di amorevole padre, con simpatia e benevolenza sì da guadagnarsi, con la magia di un rassicurante sorriso e con la suggestione della suadente parola, la loro fiducia che sollecitava le menti a schiudersi, assetate corolle, alla rorida luce del sapere. Dopo aver operato per qualche anno nelle scuole della vicina San Pietro a Maida, si trasferì nella natia Curinga dove attese anche a funzioni di maestro fiduciario, ruolo abbastanza impegnativo in considerazione dell’elevato numero dei plessi scolastici sparsi nel vasto territorio comunale, che si estende dai monti al mare, costellato di numerose borgate, a quei tempi ancora densamente popolate, disseminate qua e là, a distanze considerevoli dal centro, e del fatto che l’ufficio di Direzione Didattica era a Maida.

Diresse anche alcuni corsi serali di “Richiamo scolastico” per adulti, istituiti per coloro i quali erano interessati a verificare la loro preparazione di base al fine di integrarla e consolidarla in funzione dell’attività svolta, o per ampliare e approfondire la personale cultura.

Aiutava privatamente, soprattutto nello studio della matematica, disciplina in cui era particolarmente versato, molti giovani che desideravano proseguire gli studi, dedicandosi con passione al loro elevamento culturale senza chiedere mai alcun compenso.

La vita sembrava scorrere fluida sui binari di una intensa operosità per don Pietro che si godeva la serena famigliola intimamente soddisfatto per i successi scolastici dei figli maturati sotto la sua discreta, costante, vigile ed apparentemente distratta assistenza affinché ogni progresso avesse crismi di conquista personale. Era, la sua, una famiglia-modello cui si guardava, da parte della gente, come esempio da assimilare e da realizzare nella vita, come immagine da imprimere nella mente e nel cuore per conformarvi la propria. Ci si volgeva a quella casa come ad un’oasi ubertosa dove fiorivano gesti discreti, ma frequenti ed intensi, di solidarietà umana e sociale, un’oasi a cui si poteva accedere in qualsiasi momento per attingere consigli, per avere aiuto, per trovare conforto, per ricevere sostegno morale e materiale, per ottenere una guida concreta per lo studio, per il lavoro, per la vita… con fiducia e senza essere minimamente sfiorati dalla sensazione di venir delusi, di restare a mani vuote, o di tornarsene indietro senza sprazzi di luce nella mente, o con vuoto di consolazione il cuore.

Erano ancora tempi in cui il maestro era la persona colta più vicina alla gente, facilmente interpellabile per qualsiasi evenienza, in qualunque momento e in ogni dove, senza formalità alcuna e senza preavviso di sorta. Don Pietro aveva anche la preziosità di un carattere dolce e rassicurante, di un’affabilità unica che faceva sentire a proprio agio chiunque si avvicinasse a lui per presentare le proprie necessità, le proprie difficoltà, per chiedere lumi, indicazioni, suggerimenti, soluzioni. E le sue risposte erano immediate, concrete, riservate, irrorate di calda, partecipe umanità.

Nessuno poteva presagire il dramma che si sarebbe consumato in maniera repentina e irreparabile nel volgere di qualche mese, quando era nel pieno vigore degli anni: una malattia subdola ed inesorabile si è presentata con effetti letali così devastanti e veloci da lasciare attoniti tutti: familiari, amici, colleghi, alunni, conoscenti, la gente comune e principalmente i medici di Curinga che, tutti insieme, si sono prodigati e costantemente confrontati per addivenire ad una diagnosi precisa e univoca e ad una terapia mirata e risolutrice.

Ma il male è stato rapido e inesorabile e nulla si è potuto.

Con rammarico cocente e rimpianto infinito.

E quando egli, avendo letto sul viso dei medici, amici prima che dottori, l’espressione inequivocabile della loro impotenza, sente venir meno le forze, desidera soltanto inebriarsi del volto dei teneri figli, della sposa diletta: ad essi riserva i suoi più struggenti pensieri, i suoi più intensi e profondi palpiti d’amore a coronamento di un affetto incommensurabile e lungo tutta quanta una vita. E, sicuramente, ben oltre la vita.

Con l’ immagine dei propri cari negli occhi e i loro sospiri nell’anima, dimentico ormai dei patimenti del corpo, si solleva, purificato dalla sofferenza, lieve nel Cielo d’onde l’orizzonte più ampio gli permette di spiegare su di essi, senza confini, eterne e serene, le sue ali amorevoli e protettive. Un’onda di dispiacere a flusso continuo invade allora la mente di tutta la comunità e ristagna per tanto tempo ancora nel fondo di ciascun cuore intridendo di commozione pensieri e parole per tutta quell’estate per poi riacutizzarsi alla riapertura dell’anno scolastico quando gli allievi non hanno rivisto splendere nell’aula la luce del maestro Pietro Terranova ed i maestri quella sfolgorante e fraterna del collega nella Scuola.

L’angoscia indugerà a lungo nei meandri dell’anima dei familiari e degli amici, frenando il faticoso incedere lungo l’erto sentiero della rassegnazione.

Soltanto allorché le pennellate del tempo sono riuscite a posarsi sulle lacerazioni interiori lenendone gli spasmi con il loro flebile fruscio e i pensieri hanno avuto la forza di sfondare il muro del dolore per respirare i ricordi e concentrarsi sui periodi più significativi della sua vita, quando con la semplice presenza impreziosiva in tanti modi ogni ambiente in cui operava e l’esistenza stessa di chi gli stava intorno, sia pur per brevi momenti, i bagliori della consolazione si sono potuti insinuare nell’animo, e il cuore trovare conforto e ristoro.

La sua presenza-assenza, costantemente percepita e profondamente vissuta, non faceva altro che conferire sacralità ai gesti, agli atti, alle parole ed agli insegnamenti che hanno caratterizzato la sua essenza di padre, di sposo, di maestro, di uomo.

Ancora oggi, nonostante l’affannoso scorrere degli anni, quello smarrimento giovanile riaffiora spesso ineluttabilmente dalle radici dell’essere e si adagia, forse complici accondiscendenti noi stessi, sulle rive della nostra mente. Perché ogni qualvolta i pensieri, sorvolando le alterne vicende dell’esistenza, si posano sulle ormai remote stagioni color della speranza della nostra vita, vi percepiscono, definita, indelebile, l’ombra di tristezza scritta da un fato spietato in quell’amara estate del 1956.

Dai recessi dell’anima trasuda allora, puntuale, incontenibile, un senso di struggente scontento e d’indicibile malinconia e si condensa in una lacrima che, mesta e greve, pencola sospesa alquanto alle corde del cuore.

Come un tempo.

Scivola poi, silenziosa e penetrante, tra le trame della memoria e col suo calore accarezza e vivifica il caro ricordo del prof. Pietro Terranova che, primo, ha guidato dolcemente i miei passi e quelli di tanti altri bambini nell’arcano mondo della scuola e, dal profondo dell’anima, un grazie sboccia spontaneo, profumato di riconoscenza immensa.

E senza tempo.

Curinga, 21 aprile 2012.

Martino Granata

Ci è grato concludere questa doverosa rievocazione riportando il testo, composto dai familiari e dagli amici, del pro–memoria, corredato di fotografia, distribuito nella ricorrenza del trigesimo dalla sua morte, significativo compendio dei suoi programmi di vita, spietatamente interrotti nel periodo più fecondo, ed eloquente espressione dell’atmosfera di generale afflizione che si respirava in quei tristissimi giorni:

“Sei passato sulle strade del mondo

con tante illusioni nel cuore

e tanti sogni negli occhi profondi.

Ora che manca il tuo sorriso

ci circonda il vuoto triste

perché nessuno

nell’avventura terrena

fu più di te buono e onesto.

La tua memoria

sia guida ai tuoi bimbi

conforto ai tuoi cari

dolce rimpianto

di chi ha vissuto con te

nel tuo piccolo mondo

ed ha diviso con te

le tue grandi speranze”

I FIGLI – LA MOGLIE – I PARENTI – GLI AMICI

Professore Pasquale Ferraro

Prof Pasquale Ferraro

Pasquale Ferraro

Anatomo – patologo 1854 – 1931

   Pasquale Ferraro per la sua attività scientifica e didattica si affermò con autorevolezza nel mondo universitario dell’ultimo Ottocento e dei primi decenni del nostro secolo, ottenendo il riconoscimento ed il plauso dei più insigni cattedratici del tempo. Nacque a Curinga il 13 aprile 1854 da Francescantonio Ferraro e da Giovanna Diaco, compì tutti i suoi studi a Napoli ed in quella Università nel 1878 conseguì la laurea in Medicina e Chirurgia. Divenne subito allievo ed in seguito aiuto del professore Otto Von Schorn, direttore dell’Istituto di Anatomia Patologica della Regia Università di Napoli, tra le massime autorità del fondo universitario di allora.

A soli trentadue anni nel 1886 fu nominato professore di Ematologia nell’Università di Napoli.  

Nel 1888 risultò vincitore della Cattedra di Anatomia Patologica presso l’Università di Bologna e presso quella di Messina, optando per quest’ultima per la mitezza del clima e per la vicinanza al luogo natio al quale era profondamente legato. In quello stesso anno individuò il “vibrione colerico”, contro il parere dei più eminenti cattedratici del tempo, quale responsabile di una epidemia che stava mietendo vittime in Messina e Sicilia contribuendo a circoscriverla rapidamente. In segno di riconoscenza l’Amministrazione Comunale di Messina gli regalò un orologio d’oro massiccio appositamente commissionato per lui in Svizzera.

 Con Regio Decreto del 26 giugno 1905 veniva comandato, in seguito a sua specifica richiesta per motivi di studio, presso l’Università di Napoli dove assumeva la Cattedra di Ematologia che conservò ininterrottamente fino al 30 ottobre 1917.

 Quello di Napoli fu per lui un gradito soggiorno anche se si prolungò molto di più di quanto non fosse nei suoi desideri. Nel 1908, infatti, Messina veniva colpita da un violento terremoto e l’Università era rasa al suolo. Nel post terremoto iniziava una lenta ricostruzione della Facoltà di Medicina che vedeva in una prima fase la ricostituzione del primo triennio della stessa e solo in una seconda dell’Anatomia Patologica.  Il rettore dell’Università di Napoli nel comunicare al Professore Ferrare il suo ritorno a Messina cosi concludeva la sua lettera: “Ed ora permetta, illustre professore, che io, rendendomi interprete dei sentimenti dell’intero Corpo Accademico, porga a V. S. Ill.ma le più sentite azioni di grazie per il ragguardevole Suo contributo didattico, e le esprima il doveroso e sincero rammarico per la Sua dipartita da questo Ateneo. Con i sensi della mia più alta Stima.”

 Rientrato finalmente a Messina, si dedica intensamente alla ricostruzione dell’Istituto di Anatomia Patologica, facendone una vera scuola con annesso Museo Patologico; parecchi dei suoi allievi diventarono a loro volta docenti universitari.  Venne molto apprezzato dagli studenti per le sue doti umane e per la sua disponibilità al dialogo. Nel corso della sua lunga attività professionale divenne prima medico personale e poi amico fraterno di Padre Annibale di Francia, il fondatore dell’Orfanotrofio Antoniano Maschile di Messina, e parecchio si adoperò affinché molti bambini orfani trovassero accoglienza in quest’istituto. Legatissimo alla famiglia, vi amava trascorrere lunghi periodi. Ebbe nei confronti dei fratelli un amore paterno; la morte del genitore lo aveva colto ancora giovane aiuto universitario mentre il fratello e la sorella erano ancora in età scolare.

 Nel 1928 viene nominato preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Regia Università di Messina. Fu autore di numerosi lavori scientifici: particolarmente importanti quelli sull’ipertrofia cardiaca, la cirrosi epatica ed il diabete mellito pubblicati sulle più importanti riviste scientifiche del tempo quale il Morgagni ed il Giornale Internazionale delle Scienze Mediche, nonché quelli in campo Ematologico, e di un compendio di Anatomia Patologica Speciale, edito da Vallardi che ebbe larghissima diffusione tra gli studenti del tempo e parecchie edizioni.

Professore Sebastiano Augruso

Sebastiano Augruso

 Ricordando

il Professore Sebastiano Augruso

Sebastiano Augruso nacque a Curinga il primo gennaio 1948. Conseguita brillantemente la maturità classica presso il liceo “F. Fiorentino” di Lamezia Terme, proseguì gli studi all’Università ”La Sapienza” di Roma, dove si laureò a pieni voti in lettere classiche discutendo una tesi sulla reinterpretazione storicistica delle origini cristiane in Adolfo Omodeo. Si diede quindi all’insegnamento e dopo esperienze maturate in diverse sedi della Calabria arrivò nell’anno scolastico 1983- l984 nella Scuola Media di Curinga, dove restò ininterrottamente in servizio fino all’anno 2003/2004, quando fu costretto al pensionamento dalla malattia che lo avrebbe condotto alla morte, il 5 gennaio 2005.

Il notevole spessore culturale del suo insegnamento e una sua quasi naturale disposizione dell’animo lo inducevano, congiuntamente, a considerarsi in continua formazione anche sul piano professionale. Curioso delle innovazioni, seppe sempre comunque valutarle criticamente e passarle attraverso il filtro della sensibilità maturata nel rapporto diretto con gli studenti. Alla fine, il metodo di insegnamento da lui adottato era sempre il risultato di una personale assunzione di responsabilità.

A siffatta unità di vita, che legava e fondeva lavoro professionale e convincimenti ideali e anzi religiosi, giungeva per due diverse sollecitazioni. La prima, e più consistente, sollecitazione gli veniva dall’intensa pratica religiosa e dalla frequentazione quotidiana delle Scritture bibliche, che alimentavano la sua consapevolezza morale della storia. La seconda sollecitazione, di radici nobilmente laiche, derivava dalla meditazione di pagine alte di intellettuali che, come Salvemini, si misero a servizio delle plebi meridionali. Anche questi diversi filoni alla fine si fusero nella sua visione della missione educativa quasi come profezia che, sulla scia del profeta Elia, smaschera e abbatte gli idoli della vita pubblica.

Fu perciò tra i promotori più convinti di un insegnamento che favorisse una lettura critica della cultura del territorio da parte degli alunni e, allo stesso tempo e con identico fervore, di un rapporto dinamico e vitale tra la scuola e la comunità curinghese. Il suo arrivo nella scuola di Curinga coincise con l’avvio di una serie di ricerche sul nostro dialetto, sull’insediamento umano nel territorio comunale, sull’edilizia religiosa, sulla pietà popolare. Ma fu proprio lui il più attento garante del rigore con cui tali lavori vennero portati avanti praticamente per un ventennio. Si può ben dire che senza la sua passione, senza il suo contributo di ricerca, senza la sua fatica disinteressata, senza la sua intelligenza unitaria della vita civile e della fede religiosa, non avrebbero visto la luce né L ‘acqua di Gangà, che raccoglie amorosamente tracce e reperti della cultura orale della nostra comunità e dei suoi “tempi”, né Geografie verticali, il libro che canta la trasfigurazione religiosa dello “spazio” comunitario senza menomarne la giusta autonomia civile: entrambi strumenti preziosi e irrinunciabili per definire l’identità curinghese.

Il professore Augruso per molti anni ricoprì nella scuola incarichi di responsabilità, ma la sua ‘specialità’, unanimemente riconosciutagli dai colleghi, fu la cura e la gestione della biblioteca. Promosse l’acquisto di nuovi volumi, si adoperò incessantemente per trasformare la biblioteca da luogo di conservazione dei libri a vero e proprio laboratorio di lettura, di scrittura e di ricerca, ordinò il materiale esistente secondo rigorosi criteri di catalogazione, realizzò praticamente un vero e proprio archivio fotografico coinvolgendo sapientemente decine di alunni. Svolse questo incarico in modo encomiabile, come poteva fare un intellettuale amante dei libri, uno studioso rigoroso alieno dalle improvvisazioni, un insegnante profondamente convinto del suo ruolo di educatore nel senso più pieno e più alto del termine. Curò tra l’altro un rapporto fecondo con la Biblioteca Comunale di Curinga: anche grazie a lui, le due biblioteche operarono in piena collaborazione realizzando pregevoli iniziative, e numerosi e qualificati furono i contributi che egli diede al Piacere di leggere, periodico della Biblioteca Comunale.

Sebastiano Augruso, infatti, fu più che un insegnante e svolse il suo ruolo di educatore anche al di fuori della scuola, con il suo impegno sociale e culturale, con le sue attività di ricerca, con le sue pubblicazioni, offerte sempre come contributo alla riflessione e al confronto fra le idee. Collaboratore apprezzato di numerose riviste, anche di rilievo nazionale (La Madonna del Carmine, Quaderni calabresi, Gioventù protagonista, Quaderni lametini), fu promotore egli stesso di pubblicazioni periodiche (La memoria e altroLettere dal Carmelo), Tra i suoi interventi più significativi, oltre a quelli già ricordati: La porta del profeta Elia (Curinga, 1981), Beni culturali e vita di pietà a Curinga tra il XVI e il XVII secolo (La memoria e altro, 1997), Contemplazione, cultura, memoria storica del popolo (Lettere dal Carmelo, 1991).

Appena pochi giorni dopo la sua morte arrivò in libreria, edita dalla Qualecultura, la traduzione in dialetto curinghese del Cantico dei Cantici: ultimo atto d’amore per la cultura della terra natia, “frutto dell’ascolto” (Pino Stancari) di un uomo innamorato di Dio, esperienza mistica e avventura esistenziale al culmine di un percorso di ricerca intensa e appassionata che aveva permesso di recuperare pienamente “lo spazio culturale e la sensibilità in cui il Cantico è stato elaborato” (Paolo Martino).

Molti sono i lavori pubblicati, ma molti sono quelli non pubblicati, perché concepiti principalmente all’interno di un contesto particolare (come nel caso del Gruppo di spiritualità del Carmelo da lui fondato a Curinga) o per quello che molti amici ritenevano un eccesso di rigore scientifico che lo spingeva sempre alla ricerca di nuovi documenti sul tema di cui si stava occupando. Ma, in realtà, non hanno niente di incompiuto né paiono ‘per pochi intimi’ i lavori che via via sono stati pubblicati dopo la sua morte, dalla bella biografia di A. Parisi (nel volume I monasteri basiliani del Carrà, Qualecultura, Vibo Valentia 2007), a Memoria ecclesiae (ivi 2007) che raccoglie saggi e articoli d’interesse pastorale, alle lectio pubblicate dalla editrice Messaggero, Padova 2007).

Sebastiano Augruso fu insomma un educatore nel senso più alto e nobile della parola: esplorava vicende antiche e recenti della comunità e rintracciava documenti della pietas d’un popolo per nutrire il suo insegnamento quotidiano e per trasmettere non tanto o solo nozioni ma la consapevolezza profonda d’una identità e d’una cultura capaci di rispondere vittoriosamente alle sfide del futuro.

…Ricordando il Professore Sebastiano Augruso Il Docente, il Ricercatore, l ‘uomo di Fede

di Francesco Senese

Ho accolto volentieri l’invito degli amici di “Gioventù Protagonista” a ricordare il prof. Sebastiano Augruso dalle colonne di questo giornale, che lo vide, alla nascita, solerte e autorevole redattore.

Gli articoli che vi pubblicò, e dei quali in questo numero si ripropone quello sulla droga, ne sono preziosa testimonianza.

Il professore Augruso è mancato da più di un mese, ma il suo ricordo, la sua presenza sono sempre vivi tra noi, tra i suoi amici, tra i suoi colleghi; anzi più il tempo passa e più sì avverte, tra quanti ne hanno potuto apprezzare le doti non comuni, il vuoto incolmabile da lui lasciato e, allora, il dolore diventa più struggente per l’amico perso, per il compagno di tante iniziative e di tanti progetti pensati ed elaborati assieme, dentro e fuori la scuola, per il valoroso docente sottratto ai suoi alunni. Nello stendere queste brevi note l’emozione è la stessa di un mese fa, quando in tanti lo accompagnammo in Chiesa per rendergli l’ultimo mesto saluto. Non è facile parlare o scrivere dell’amico più caro che non c’è più e insieme con il quale sì è trascorsa una vita, senza che un nodo non ti prenda alla gola.

Tanti sono i ricordi, i pensieri che affollano la memoria: gli anni della fanciullezza, la scuola, gli studi universitari, gli interi pomeriggi e le notti inoltrate – specie quando si avvicinavano gli appelli – dedicati alla preparazione delle materie d’esame nella mia o nella sua stanza alla Casa dello studente di Roma, avvolti in una nuvola di fumo che si levava dai suoi sigari o dalla sua pipa; l’andare, squattrinati, per le librerie del centro di Roma a guardare e a sfogliare i libri senza poterne acquistare alcuno se non raramente; il lavoro, la frequentazione quasi quotidiana, le lunghe telefonate, le ore liete trascorse dinanzi al caminetto, nella sua biblioteca, in mezzo a centinaia e centinaia di volumi, a chiacchierare * e a discutere, da soli o insieme con gli amici, di politica, di libri, di quelli letti, di quelli recensiti dai giornali e dalle riviste, di quelli da comprare e da leggere… Ora è tutto finito. Col professore Augruso se ne è andata anche una parte di noi.

Egli ormai non è più che un ricordo, una memoria. Ma quale memoria e quale ricordo!

* * *

Il professore Augruso frequenta la scuola media a Maida, dove arrivava ogni mattina, insieme con altri ragazzi, col pullman di Foderare intorno alle sette e attendeva per le vie del paese che la scuola alle 8,30 aprisse i battenti e lo accogliesse nelle sue aule (allora a Curinga c’erano solo le scuole elementari); quindi si iscrive al Liceo classico “F. Fiorentino” di Lamezia Terme, dove incontra docenti di grande valore, come i professori di lettere Renato Borrello ed Eugenio Leone, i quali hanno un forte ascendente su di lui. Ma è soprattutto don Saverio Gatti, insegnante di religione, ad influenzare profondamente la sua formazione umana e religiosa: il suo modo di intendere e di praticare il Vangelo lo segnerà per tutta la vita. Lo aiuta a superare la crisi adolescenziale religiosa che lo tormenta. Don Saverio per lui è un maestro di vita. Avrà sempre l’affettuosa riconoscenza del suo allievo.

Conseguita la maturità classica si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia dell’Università degli studi di Roma “La Sapienza”. Beneficia, in virtù dei voti ottenuti, di un posto nella Casa dello studente. E’ il periodo della contestazione giovanile, che ha, come epicentro, le facoltà di Architettura, Lettere e Giurisprudenza. Le facoltà vengono occupate per lunghi mesi, le attività didattiche forzatamente sospese. Bebé vuole capire le ragioni di fondo della protesta al di là degli aspetti superficiali e spettacolari. Si dedica allora alla lettura delle opere di Herbert Marcuse, considerato il padre della contestazione.

Approfondisce soprattutto “L’uomo ad una dimensione. L’ideologia della società industriale avanzata” ed “Eros e civiltà”. In questi testi il filosofo tedesco sostiene che sia ad Est, cioè nel sistema comunista, sia ad Ovest, nel sistema capitalistico, la società industriale è totalitaria e disumana, perché ” l’applicazione della scienza e della tecnica ai processi produttivi e l’organizzazione industriale del lavoro comportano inevitabilmente l’utilizzazione tecnico-strumentale degli uomini”, i quali “si muovono (in un universo standardizzato) come ingranaggi, e il loro modo di pensare e di comportarsi si è perfettamente adeguato a questo meccanismo. La razionalità scientifico-tecnica e la manipolazione – conclude Marcuse – si sono saldate insieme e hanno generato nuove forme di controllo e di dominio sociale” (Giuseppe Bedeschi).

La lezione che ne trae il giovane studente universitario è che bisogna battersi per costruire una società che metta al centro la persona, non ne mortifichi la dignità e non neghi la sua identità. Ma per far questo non basta la politica, necessita un’azione più complessa di chiarificazione nella quale siano coinvolti non solo i partiti, ma tutte le forze vive che operano nella società, a diversi gradi di responsabilità, In questo quadro la Chiesa non può non farsi carico in modo particolare dei problemi delle classi più disagiate.

Queste convinzioni trovano alimento nella impostazione de “L’Avvenire d’Italia”, il quotidiano cattolico allora diretto da Raniero La Valle e, soprattutto, in quella del settimanale “Sette Giorni in Italia e nel Mondo”, diretto da Ruggero Orfei e Piero Pratesi. “Sette giorni” guarda ai problemi italiani e internazionali con occhi nuovi, alla luce delle istanze di rinnovamento del Concilio Vaticano II.

Ugualmente lo fanno riflettere le “provocazioni” di Pasolini: la, sua polemica nei confronti dei giovani contestatori, nel cui estremismo lo scrittore vede l’espressione di una nuova piccola borghesia, per cui in una poesia dal titolo Il PCI ai giovani!! giunge paradossalmente a difendere i poliziotti, di origine proletaria, contro gli studenti, figli di papa, borghesi e piccolo – borghesi; il suo farsi paladino dei valori della più aulica tradìzione; il recupero del dialetto come opera di poesia.

Pasolini sarà uno degli autori da lui più amali. Non a caso: “Segno di contraddizione, quest’uomo interpretava con coraggio, nei suoi dissidi, le contraddizioni della società: militante di sinistra, non esita a confessare le proprie radici decadenti; | …| si pronuncia contro la distruzione di valori di cui coglie un senso sacro (la lingua impoverita dalla massificazione, l’ambiente deturpato dalla Speculazione, la vita minacciata dall’aborto). in una volontà di rigenerazione nella quale tende a idealizzare come una genuinità edenica e perduta ora la civiltà cattolico – contadina, ora i diseredati

delle borgate, ora i poveri del Terzo Mondo. Ambientando la crocifissione nel Terzo Mondo o nel proletariato (nei film II Vangelo secondo Matteo e La ricotta), confronta ostinatamente la purezza ideale con l’impura realtà: così questo laico e contraddittorio autore mostra una tensione di natura autenticamente religiosa” (Giovanni Tesio). Segue con interesse le posizioni di Roger Garaudy, l’intellettuale francese che rompe col comunismo dopo l’invasione sovietica della Cecoslovachia nell’agosto 1968 e. dopo essere stato per anni il fedele custode dell’ortodossia comunista, “attacca con veemenza il cosiddetto “socialismo reale” in nome di un socialismo dal volto umano e, sul terreno teorico. …promuove una lettura (del marxismo) in chiave personalistica che lo apre al dialogo e al confronto con le posizioni cristiane…” (Foriero -Tassinari). Garaudy, nel confronto tra le due concezioni dell’uomo – quella marxista e quella cattolica – è “un protagonista di primo piano, assieme a teologi come Rahner e Metz, assieme a uomini della Chiesa come padre Balducci e padre Turoldo, i quali da tempo hanno imboccato la via dell’apertura ai non credenti e del rinnovamento ecclesiale, via che sarà poi formalmente dischiusa e autorevolmente confermata dal Concilio Vaticano II” (Barone), Ma in Sebastiano un interesse sovrasta tutti gli altri: lo studio della Bibbia, sottoposta ad una lettura continua ed approfondita e ad una analisi minuziosa, e il dibattito interno alla Chiesa postconciliare. Il Vangelo e la Chiesa sono per lui ragione di vita. Presso la Cappella Universitaria conosce il padre gesuita Pio Parisi; nasce uno straordinario rapporto di amicizia, che, arricchito da un comune percorso di ricerca intellettuale e spirituale, durerà per una vita intera. Si laurea a pieni voti discutendo una tesi sulla rein-terpretazione storicistica delle origini cristiane in Adolfo Omodeo; quindi inizia la carriera di insegnante prestando servizio per alcuni anni a Ciro Marina, nel crotonese, e a Chiaravalle Centrale, poi ininterrottamente nella scuola media di Curinga fino al pensionamento, cui è costretto dalla malattia, accettata con cristiana rassegnazione e socratica serenità.

Il prof. Augruso aveva una personalità ricca e complessa, una mente versatile e acuta, una intelligenza delle cose pronta e riflessiva. Aveva capacità non comuni nel cogliere, nei fatti, le ragioni profonde che li sorreggevano, ragioni di ordine economico, etico, culturale, ecc.; le sue analisi erano sempre illuminanti, puntuali, penetranti, ricche di connessioni e richiami. I suoi interessi spaziavano dalla musica alla pittura, dalla letteratura alla religione, dalla filosofia alla storia. Lo appassionavano gli studi classici e umanistici, il latino, il greco, la letteratura italiana e straniera, la poesia

contemporanea, Montale, Ungaretti. Ma ancor più lo appassionava, come abbiamo detto, lo studio dei testi sacri, di cui aveva una straordinaria conoscenza; vi era arrivato spinto dalla sua particolare curiosità intellettuale e, più ancora, dalla profonda fede religiosa che lo ha sempre animato. Per queste sue qualità il Vescovo di Lamezia Terme lo ha voluto nel Consiglio pastorale diocesano.

Ma si badi: non una fede bigotta, astratta o “astrale”, come dice lui, scollegata dal mondo, ma tutta calata nella realtà di questo mondo. Nel presentare al pubblico di Curinga, nel giorno di Pasqua 1970, un ciclostilato riproducente due poesie di David Maria Turoldo – “Non io, America…” e “Anch’io, America” – e curato dal Gruppo Giovanile di Presenza Cristiana “Martin Luther King” di Curinga, da lui fondato insieme con altri giovani, dopo aver precisato che “la ragion d’essere del nostro gruppo nel contesto ecclesiale ed umano di Curinga rimane quella della ricerca di un modo nuovo dell’esercizio della Fede”, così continuava: “una Fede non più intesa come scelta destinata a rimanere nell’ambito chiuso ed astrale dei rapporti del singolo col suo Dio e, tutt’al più, come norma utile a regolare i rapporti inter-individuali, ma come categoria spirituale capace di ispirare giudizi su tutti gli aspetti della realtà umana e di fondare un’azione concreta intesa a cambiare la realtà stessa”.

E in un ciclostilato diffuso “Nell’Epifania del Signore 1971” sempre a cura del Gruppo “Martin Luther King” così scrive, a proposito della presenza della Chiesa nelle nostre comunità: “Per lo più nella nostra comunità predomina una visione rigidamente integralista, che fa della Chiesa una società accanto ad altre società, un gruppo umano con la sua filosofia, con le sue istituzioni culturali, col suo partito infine. In molti casi il permanere di un atteggiamento del genere è determinato dal fatto che noi viviamo in una condizione storica nella quale non si è verificato ancora il fenomeno della secolarizzazione, legato a società ad alto livello di industrializzazione, dove la Chiesa ha finito per sempre di svolgere attività che erano suppletive delle carenze della organizzazione civile e ha riscoperto la propria identità più genuinamente religiosa di gruppo che si riconosce unicamente nella fede in Gesù Cristo. In altri casi – non sono pochi – il legame della Chiesa con una determinata organizzazione politica dipende invece dal fatto che essa svolge un ruolo di supporto ideologico nei confronti di forze economiche che hanno bisogno di una tale copertura per imporre i propri interessi alla massa”. Poi continua: “Questa analisi (…) si attaglia in modo particolare alla situazione meridionale dove si assiste ancora all’aberrazione di sezioni di Azione Cattolica usate, in periodo elettorale, come centro di propaganda e che si esprimono ufficialmente attraverso gli organi di un partito politico”.

Queste prese di posizione creano tensione con la Chiesa locale, che si vede contestata, per il suo modo di essere, dal suo interno con argomentazioni rigorose e ispirate ad una visione nuova della sua presenza nella società. Sono i nuovi venti del Concilio che spirano anche su una piccola comunità come quella di Curinga, scuotono vecchie certezze e mettono in discussione vecchie “usanze”.

Il professore Augruso chiama la Chiesa ad un ruolo nuovo, la invita a voltare pagina, a bandire qualsiasi integralismo, a muoversi nella prospettiva della liberazione dei poveri: “Non pensiamo che i cristiani, sol perché cristiani, abbiano in tasca la risposta ai problemi sociali. La Fede non è una analisi economica, un progetto sociale, una ricetta politica. In ogni caso però la Fede non può non determinare una precisa scelta di campo ed una prospettiva: il campo dei poveri e la prospettiva della loro liberazione”. Così conclude in modo netto con affermazioni che richiamano la “teologia della liberazione”: “Il cristiano non può essere interclassista perché davanti all’ingiustizia e all’oppressione non si può essere? neutrali. Il cristiano giudica la storia, le realizzazioni di una civiltà, le sue istituzioni, la sua cultura dal punto di vista dei poveri ed esse gli appaiono positive o negative a seconda che contribuiscano o meno a ‘sciogliere i vincoli del giogo, a mandare liberi gli oppressi, a spezzare ogni giogo (Isaia, LVIII, 6)”.

Date queste premesse, il passo per l’incontro con le istanze più profonde del movimento operaio e socialista, con “l’umanesimo socialista”, era breve. Con il che non si vuoi dire che il professore Augruso abbia aderito o militato in una qualsiasi formazione politica. Non lo fece neppure quando venne eletto consigliere comunale nel 1976 come indipendente di sinistra nella lista del PCI. Si intende semplicemente affermare che egli si riconosceva nelle aspirazioni, nei valori di solidarietà e di libertà propri della tradizione socialista, la quale non si risolve nella storia del partito socialista e nella dottrina marxista, ma comprende quell’insieme di stati d’animo, di aspirazioni, di “sogni ad occhi aperti”, che ha origine la più varia.

Egli si sente piuttosto coscienza critica della sinistra, pronto in ogni occasione a dare il suo contributo di idee e di proposte, lo sguardo rivolto sempre in avanti, al di là degli steccati e delle divisioni più o meno giustificate dei partiti, attento a cogliere i mutamenti intervenuti nei rapporti sociali e nella cultura, intesa in senso antropologico, della nostra comunità. Anche grazie a queste convinzioni e a questa tensione morale si avvicina alle posizioni elaborate dal gruppo che fa capo all’avvocato Francesco Tassone e alle tematiche dibattute dalla rivista “Quaderni del Sud Quaderni Calabresi”.

Sebastiano Augruso avrebbe potuto insegnare almeno negli Istituti Superiori, ma ha scelto di restare nella Scuola Media di Curinga, perché ha voluto mettere le sue energie e la sua intelligenza al servizio di questa comunità. Allo studio e alla storia di questa comunità ha dedicato anni della sua vita, conducendo nella Scuola, insieme con altri colleghi e con gli scolari, ricerche universalmente apprezzate quali “L’acqua di Ganga” e “Geografie verticali”.

Altre pubblicazioni non ha fatto in tempo a vederle, perché la morte lo ha colto prematuramente. In questi giorni è in distribuzione presso le edicole e le librerie la traduzione in dialetto calabrese del Cantico dei Cantici, che lo ha impegnato fino agli ultimi giorni di vita. Era convinto – sono parole sue – della “necessità di creare spazi ad un’attività promozionale della cultura storica di livello sufficientemente serio, legata da forti motivazioni morali e civili al territorio, animata da una consapevole volontà educativa, capace di stimolare un rapporto vitale tra la memoria come coscienza critica del proprio passato lontano e recente e il confronto attivo e problematico col presente”.

Sono queste le ragioni per le quali si fece promotore e animatore della rivista “La memoria e altro” e della “Associazione per la promozione della cultura storica”.

Appare chiaro anche da questi brevi e disorganici cenni che le ricerche degli anni della maturità, sul dialetto, sulle tradizioni popolari,

sulle manifestazioni della pietà popolare, sulla vita delle Congreghe, sul monastero di “Sant’Elia Vecchio” non nascono da dilettantismo superficiale e alla moda, ma sono sorrette, oltre che da una grande passione, da un solido, robusto e vasto retroterra culturale, che affonda le sue radici negli anni del Liceo e soprattutto negli anni dell’università e che è frutto di studi severi e faticosi.

Molte sue ricerche sono nate nella scuola; per lui la scuola viveva e vive se radicata nel territorio: “Cultura del territorio” era il titolo del corso facoltativo che da più anni teneva nel pomeriggio. Era fortemente perplesso sulle più recenti impostazioni di riforma: temeva che si volesse modellare la scuola sulla azienda, mutuandone linguaggio e metodi.

Ripeteva continuamente: “La scuola non è un’azienda, noi non abbiamo a che fare con oggetti, ma con persone; gli alunni non possono essere considerati alla stregua di oggetti, gli alunni sono persone e come tali vanno giudicati, cioè vanno giudicati ognuno secondo la propria personalità, perché la personalità, essendo l’insieme delle caratteristiche individuali, varia da ragazzo a ragazzo e può presentare infinite sfaccettature; pertanto i metodi di valutazione, le impostazioni, le misurazioni della scuola devono essere diversi rispetto a quelli dell’azienda”. Per lui la scuola, se non voleva e non vuole smarrire la sua funzione formativa e critica, doveva e deve mantenere una forte impronta umanistica.

Il prof. Augruso ha esercitato il suo magistero con umiltà, amore e sapienza; ne hanno tratto vantaggio gli alunni, ma anche gli insegnanti, i quali, in anni di frequentazione quotidiana, hanno potuto fare tesoro delle sue conversazioni sempre affascinanti, ricche di umanità e di dottrina.

Egli ha dato lustro e prestigio alla scuola di Curinga; la sua esperienza professionale e umana è motivo di vanto per la nostra comunità.

Considero un privilegio aver condiviso tante esperienze con te, professore Augruso. Gradisci, amico carissimo, queste poche parole, a te offerte, secondo l’uso antico rievocato dal poeta, quale “dono dolente alla tomba”.

‘Atque in perpetuimi, frater, ave atque vale!”

Maggiore Sebastiano Perugino

Sebastiano Perugino

MAGGIORE SEBASTIANO PERUGINO

Il Maggiore Sebastiano Perugino nacque a Curinga l’I aprile 1869 da Michelangelo ed Elisabetta Lorusso.

Entrato nell’Arma dei Carabinieri, raggiungeva per i suoi meriti il grado di Maggiore.

Alla conclusione della carriera si ritirava a Curinga dove visse fino alla morte, avvenuta il 30 novembre 1940, circondato da unanime stima per l’alto profilo morale della sua personalità, per la socievolezza, per la sua sensibilità civile.

Fu vicino ai giovani che aspiravano ad elevarsi verso più alti traguardi di natura culturale ed accompagnò con la sua prefazione la produzione poetica di qualcuno di essi.

Espresse il suo sentimento religioso soprattutto nel rapporto assai vivo con la Confraternita del Carmine, per la quale acquistava una pregevole statua in legno policromo della Titolare, opera dello scultore Vincenzo Moroder di Ortisei.

Non è da escludere che proprio da un fondo di compassione umana ed evangelica per gli indigenti, unito all’alto senso dello Stato, – verso il quale si sentiva quasi debitore e dal quale ripeteva spesso di aver ricevuto tutto – sia nato nel Perugino il progetto di devolvere la maggior parte dei suoi averi all’ex Ente Comunale di Assistenza di Curinga per la creazione di “un Ospizio di mendicità per i poveri più bisognosi del… paese”, dei quale avrebbe dovuto essere Presidente sempre di diritto il Priore della Congregazione di Maria Santissima del Carmelo.

Nella cappella cimiteriale della stessa Congregazione, in una sepoltura perpetua, riposano attualmente le spoglie mortali del Magg. Sebastiano Perugino. L’istituzione da lui voluta con testamento del 7 giugno 1940 fu nel giro di qualche anno realizzata dall’Amministrazione comunale di Curinga ed andò, con passare del tempo, qualificando sempre più le proprie prestazioni.

Affidata fin dagli inizi alle Suore Terziarie Francescane del Signore di Caltanissetta, essa è attualmente in funzione, assicurando una dignitosa ospitalità a numerosi anziani di Curinga e di vari altri Centri della Calabria.

Maestra Teresa Augruso

Teresa Augruso

 Teresa Augruso

Teresa Augruso Nella nostra città sono vissuti, in tutte le epoche, grandi personaggi nei più svariati campi della vita e della cultura. Purtroppo molti di essi sono passati in silenzio, senza che umanamente si tributasse loro il giusto riconoscimento. Qualcuno è scivolato nel

“dimenticatoio”,qualcun’altro è stato apprezzato e valorizzato solo da pochi, altri — i più fortunati —sono stati rivalutati a distanza di tempo, dopo la morte che non ha reso giustizia ai loro meriti sia morali che intellettuali. È l’esempio di Teresa Augruso che definire semplicemente poetessa potrebbe risultare diminutivo, considerate le molteplici virtù che la spinsero a cimentarsi in numerose attività culturali e didattiche. A distanza di oltre un quarto di secolo dalla sua morte,si sta riscoprendo e in buona parte scoprendo il grande bagaglio di opere e composizioni realizzate in oltre cinquant’anni di vita artistica. Teresa Augruso nasce a Curinga il 1 ° Gennaio 1897 da padre curinghese e madre napoletana. Ha una fanciullezza serena e felice, trascorsa assieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli (due maschi e tre femmine). Frequenta le Scuole elementari nel paese natio, e quelle Superiori a Catanzaro dove è ospite nella casa di Contrada Campagnella di una sua compaesana che, nei suoi scritti, descrive come “amorevolmente severa” . Si diploma giovanissima in magistero e, a soli diciassette anni, vince il concorso per il quale è assegnata alla Scuola di Acconia di Curinga. In quegli anni conosce e si lega sentimentalmente al sottotenente Aquilino Serra, reduce della Grande Guerra (del celebre reparto Arditi d’Italia) che sposerà nel 1920. A seguito della richiesta di trasferimento, le I viene assegnata la cattedra presso la scuola dell’Annunziata nell’omonima frazione di Nicastro. Successivamente passa al I Circolo didattico con sede nell’edificio scolastico «Magg. Raffaele Perri», dove resterà maestra fiduciaria per tantissimi anni. Per due anni consecutivi frequenta a Roma dei corsi nazionali di ginnastica ai quali fa seguito l’incarico di insegnante di Educazione Fisica per tutte le Scuole secondarie inferiori e superiori della città. Ciò le permetterà di insegnare contemporaneamente sia nelle “elementari” che nelle “medie superiori” anche oltre il normale orario di lezione. Negli anni Venti organizza una piccola compagnia teatrale portando in scena le operette «Casa Pierrot», «Mascotte» ed altre ancora. Fin da ragazza a Curinga — dove frequentava Casa Bevilacqua, cenacolo di cultura e di teatro — si cimentò in lavori di rappresentazione delle opere di Moliére, Goldoni Pirandelìo. Negli anni di insegnamento la sua abitazione, nelle ore pomeridiane, diventava anch’essa centro di cultura e di studio: prestava infatti gratuitamente lezioni private a quasi trenta bambini per l’ammissione alle scuole medie. Fu segretaria dell’Associazione religiosa S. Vincenzo De’ Paoli, e Crocerossina volontaria. Preparava sovente dei saggi ginnici curandone, oltre alla parte tecnica, anche la coreografia. Era una donna instancabile ed eclettica sotto tutti i punti di vista. Si interessò sempre di lettere e di varie discipline del sapere: si ricordano in proposito alcune sue conferenze di carattere scientifico nel salone municipale di Nicastro. Disegnava alla perfezione e sapeva scrivere in modo brillante e piacevole. In merito svolse un’intensa attività pubblicistica su riviste quali Calabria Letteraria, cimentandosi sull’analisi critico – letteraria degli scrittori calabresi. Fu redattrice di Rassegna Calabrese, e articolista dell’Arca di Piacenza e della rivista americana Divagando New York. Alcune sue recensioni apparirono sul Tempo, sul Roma e sul Messaggero. Nel lontano 1939 diede vita al gruppo folkloristico di Nicastro di cui divenne pure direttrice artistica e autrice di canti, musiche e scenette. In particolare, del suo repertorio, vanno menzionati due opuscoletti contenenti canzoni, tradizioni e un’attenta descrizione

del costume nicastrese. Nel 1950, si trasferisce temporaneamente a Roma dove insegna in S. Cesario e in Zagara lo. Ben presto farà definitivo ritorno nella sua amata Nicastro dove le viene assegnata una cattedra presso la Scuola elementare di S. Teodoro. Ivi resta sino alla fine della sua carriera didattica, anche quando si rende libero un posto presso il rinomato Istituto “Magg. Raffaele Perri”. Si dedicò alacremente alla ricerca culturale e storica di questa parte vecchia di Nicastro, per lei ricchissima di fascino. La sua vena poetica fiori e si consolidò in poesie in lingua, e — nella maggioranza — in vernacolo. Scrisse in proposito una raccolta di poesie dal titolo Canto degli Alberi. Nello stesso periodo “inventa” un espediente didattico per l’apprendimento facilitato delle tabelline pitagoriche che le verrà brevettato. Le sue canzoni e suoi inni riscuotono molti successi e vincono parecchi concorsi scolastici e non, fra i quali va ricordato quello postumo del 1981 ad Assisi in occasione della 19a edizione nazionale per le scuole medie “Ragazzi in gamba d’Italia”, con la canzone Pirò Bonasera ‘Ntoniuzza, che conquista il primo premio. Mai la sua anima si fece arida o assente dinanzi alle voci e ai problemi altrui che travagliano l’esistenza dell’uomo. «Non volere anima mia sentirti arida spugna in petto rude» recita nella poesia Non volere premiata da Carrieri. Memorabile la bellissima poesia “Povere Gocciole” dedicata a Franco Berardelli. I suoi scritti in lingua dialettale cantano l’animo della gente di Nicastro, la gioia di vivere e l’amore della gente di Nicastro, tutto della sua Nicastro, che lei chiama “sua seconda culla del cuore”. Teresa Augruso va ricordata come docente che anticipa i tempi: basta citare la Tavola Totodita per rendere più piacevole e facile l’apprendimento. Dei suoi espedienti didattici si trova larga traccia nell’Enciclopedia Fabbri ed in altre opere didascaliche. Lo studioso di storia locale Don Pietro Bonacci nei suoi libri sostiene che l’ultima vera poesia dialettale nicastrese è quella di Teresa Augruso, mentre Giuseppe Marzano l’annoverava già nel 1954 tra i maggiori scrittori calabresi. Credeva fermamente nei valori della famiglia, e nei principi religiosi, umani e nazionali: sentimenti che affiorano con calore e passione nei suoi studi sugli usi e costumi calabresi. Ricevette numerose lettere di compiacimento da parte del Provveditore agii Studi e della Direziona Generale delia Scuola elemen-tare; a proposito di quest’ultima ella scrive: «La scuola elementare è, nella nazione, un dolce assillo a cui nessun cittadino può sottrarsi e per cui “molti” dedicano, in caro affanno, tutta una vita, intera!» Purtroppo la morte la colse nel pieno della sua maturità umana ed artistica, in Nicastro il 21 Novembre del 1968 all’età di 71 anni. Delle sue poesie e dei suoi scritti (oltre cento lavori) in vernacolo e in lingua, si stanno preparando delle raccolte di prossima pubblicazione, nell’auspicio che l’unanime apprezzamento giunga per questa illustre nostra concittadina

Di “Adelaide Serra”

STORICITTA’ (Marzo 1994)

Madre Vincenzina Frijia

Vincenzina Frijia

Madre VINCENZINA FRIJIA

Eco dell’ Amore di Dio Nasce a Curinga il 13 Giugno 1915 da Vincenzo ed Eleonora Frijia.

Quarta dei cinque figli dei coniugi Frijia, Isabella , in religione Vincenzina , fin da giovanissima mostra segni di vocazione speciale verso il Bello e soprattutto verso il Signore Gesu’.

Ancora bambina viene mandata a Montesoro, fraz. di Filadelfia, dove, in casa dello zio Arciprete Vincenzo Frijia, inizia uno straordinario cammino di formazione alla santità. Con Lei c’è, oltre lo zio arciprete e la zia Isabella , sua cugina Maria Frijia, madre dello scrivente.

Due anime che avvertono in pienezza la chiamata ad essere “Eco dell’Amore di Dio”. L’una protesa verso la vita religiosa, l’altra, su consiglio successivo della prima, verso la vocazione familiare.

Bellissima oltreché gentile e di temperamento gioviale, Vincenzina conduce una vita serena e spensierata con spiccato amore per la musica ed il canto, tanto da essere chiamata dallo zio “il mio usignolo”.
Cresciuta negli anni, ricorderà sempre quei tempi e ne farà tesoro per mostrare a tutti che è possibile vivere la gioia cristiana come dono da offrire a chi è solo e sfiduciato.

Forte di questa gioia Isabella soccorre i poveri ed i bisognosi. Cosa che farà per tutta la vita , sia in Italia che all’ estero quando andrà in Brasile ed in Francia per visitare le prime Case della Congregazione alla quale poi apparterrà.

A 18 anni , quando indossa il saio francescano per entrare nell’Istituto delle Suore Francescane del Signore, a Caltanissetta, ha già alle spalle un intensa preparazione spirituale ed una volontà decisa di abbracciare la vita religiosa.

Lo aveva già dimostrato qualche anno prima. A Curinga in mezzo alle consorelle della Confraternita dell’Immacolata. A Montesoro e ancora a Curinga , dove ebbe la fortuna di incontrare la Fondatrice dell’ Ordine delle Francescane del Signore della città, Madre Immacolata La Paglia, in visita alla prima casa aperta in Calabria nel 1934, su espresso desiderio dell’allora Vescovo di Nicastro Mons. Eugenio Giambro. Decide senza indugio di entrare in Congregazione e una notte, come dirà lei stessa , le appare in sogno San Francesco D’assisi che, a conferma della sua vocazione , le sussurra:” entra , entra tra le suore Francescane del Signore”.

Il 24 Novembre del 1934 inizia il postulantato e il 29 Ottobre 1935 indossa l’abito. Nel ricordino farà stampare queste sue frasi:” Che Ti renderò o Signore , per la grazia si grande che mi concedi?” ed ancora :” Spogliata degli abiti del mondo e rivestita del prezioso saio di penitenza vivrò solo per Te!”. Dopo due anni di intensa formazione, il 2 Dicembre 1937 emette i voti solenni dinanzi al Vescovo Mons. Giovanni Jacono . Giorno 4 Ottobre del 1943, festa di San Francesco D’Assisi emette quelli perpetui.
Dal quel momento è tutto un incalzare di fervente apostolato a favore di quanti le chiedano “ragione della sua fede”. Verso i poveri, gli ammalati, verso le consorelle che educherà , da maestra delle novizie , in maniera del tutto straordinaria. Tutte le suore che la ricordano in veste educativa ne avvertono ancora un esaltante fascino di spiritualità. A partire dall’ attuale Superiora Generale della Congregazione , Madre Celestina Dinarello . E assieme a lei, Madre Giacinta Cammarata e Madre Arcangelina Guzzo. Suor Vincenzina vive in pienezza la chiamata alla Santità. Soccorre i militari feriti quale crocerossina durante il conflitto mondiale. Quando verrà il Capo dello Stato in Sicilia per visitare l’ospedale militare di Caltanissetta, Madre Vincenzina e pronta ed operosa nelle corsie dei malati.
Gioviale e discreta, entusiasta e mite, si mostra sempre disponibile nel servizio e nella missione propria di una religiosa di altro tenore morale ed umano.

Ci vorrebbero fiumi d’inchiostro per narrare quanto Suor Vincenzina, nella sua breve esistenza, ha realizzato in assoluta umiltà ed obbedienza al suo carisma. Certo è che Madre Vincenzina ebbe la stima e l’affetto di tutta la Congregazione che l’annoverò per più anni come segretaria generale e poi come vicaria generale. Fu l’intuizione dell’allora Superiora Generale Madre Annina Ragusa a sostenerne fortemente

l’elezione a terza Madre Generale . Erano gli anni del Concilio Vaticano II° e quella nomina veniva proprio a cementare un impegno a continuare in sintonia con le novità di una Chiesa che si rinnovava nelle linee pastorali e nella presenza nel mondo.

L’umile Suor Vincenzina fu all’ altezza della chiamata, superando ogni attesa ed ogni previsione. Da Madre Generale portò avanti il Carisma del Fondatore PADRE ANGELICO LIPANI , il cappuccino santo di Caltanissetta, con una chiarezza ed una lungimiranza che , ancora oggi a distanza di oltre trent’anni, sanno dell’ eroico . Ed eroica fu Madre Vincenzina. Nonostante le precarie condizioni di salute, pur giovane Suora, girò tutta la Congregazione. Dal Brasile alla Francia, preparando una strada oggi fiorente verso le Filippine e la Bolivia.

Il tutto in appena due anni e quattro mesi di generalato. Anni di instancabile attività missionaria e culturale. Per suo merito vengono ottenute le parifiche per le scuole gestite dalla congregazione e si aprono nuove case in Sicilia ed in Brasile. A Caltanissetta viene ottenuta la parifica dell’ Istituto magistrale esistente presso la Casa Madre (oggi Centro Studi). A Rio De Janeiro viene inaugurato l’Istituto Francisca Paula . Sempre in Brasile vengono aperti due orfanotrofi e due ospedali.
A Caltanissetta Madre Vincenzina realizza L’Aspirantato; inizia e porta quasi a termine una grande Casa di accoglienza, adibita oggi anche quale Centro per Ritiri Spirituali e Convegni.
Madre Vincenzina passa come una meteora. E’ luminosissima. Guizza veloce nel firmamento, guarda verso la terra e punta all’ Infinito. Poi riparte e sembra sparire.

Alle quattro del 21 Giugno 1966 viene colpita da un’embolia. Dopo un breve ed apparente tranquillo decorso del male il sette Luglio Suor Vincenzina vola in cielo tra gli Angeli ai quali, prima di morire, aveva promesso di offrire ogni sofferenza e tutta se stessa al Signore ed al Papa.

Una serie di circostanze e strane coincidenze mi legano a quell’ avvenimento. Avevamo telefonato a Caltanissetta perché l’allora Arcivescovo di Fermo, Mons. Norberto Perini desiderava la presenza delle Suore Francescane del Signore in una Clinica privata di recente costruzione. Appurammo , con sgomento, della malattia di Madre Vincenzina. Lei stessa però tramite una suora, ci rispose che avrebbe fatto di tutto per accontentare il Vescovo e il bravo medico proprietario della clinica. A telefonare era stata mia madre sua cugina ed inseparabile amica durante gli anni della fanciullezza. La stessa Madre Vincenzina, in più di un occasione e in alcune lettere, che conservo gelosamente, ricorda con particolare affetto quegli anni. Mia madre morì, dopo alcuni anni, con la stessa malattia di Madre Vincenzina e allo stesso orario.

Qualche giorno prima il ventitre Maggio 1966, Madre Vincenzina aveva incontrato personalmente Paolo VI°, in occasione del consueto Convegno Nazionale delle Superiori Generali. Quel gesto continuava a suggellare il suo incondizionato amore alla Chiesa.

Ai funerali ,celebrati in maniera solenne nella Cattedrale di Caltanissetta, c’era un immensa folla. Tutti i sacerdoti della diocesi assieme a tanti altri venuti dall’intera Sicilia e dalla Calabria. Alcuni Vescovi, autorità e popolo, tanto popolo. Centinaia i telegrammi di cordoglio. Quello del Papa e del Cardinale Ruffini ,Arcivescovo di Palermo e Protettore della Congregazione. In quei giorni, nel giardino e sulle terrazze della Casa Madre, fioriscono improvvisamente i crisantemi. Inconsueto per il mese di Luglio. E l’Istituto è inondato di un intenso profumo.

Con animo trepidante e riconoscente guardo anch’io alla figura cristallina di questa eccezionale religiosa. Ne colgo ancora i tratti buoni e gentili che mi infondono serenità e speranza. Ma soprattutto ne avverto il calore spirituale che mi fa dire, assieme a quanti l’hanno conosciuta e non, che le creature risuonano come” Eco dell’Amore di Dio”. In special modo quelle che, come Madre Vincenzina, Vivono totalmente in Lui. Madre Vincenzina Frijia veglia sull’ intera Congregazione delle Suore Francescane del Signore. In Italia, Brasile, Filippine, Bolivia, Francia, Tanzania. E il suo cuore è li dove c’è bisogno di conforto, di aiuto , di preghiera. Fedele Sposa di Cristo e calabrese autentica. Vanto di Curinga e Figlia illustre di questa nostra antica Diocesi.

Vito Cesareo