Maggiore Sebastiano Perugino

Sebastiano Perugino

MAGGIORE SEBASTIANO PERUGINO

Il Maggiore Sebastiano Perugino nacque a Curinga l’I aprile 1869 da Michelangelo ed Elisabetta Lorusso.

Entrato nell’Arma dei Carabinieri, raggiungeva per i suoi meriti il grado di Maggiore.

Alla conclusione della carriera si ritirava a Curinga dove visse fino alla morte, avvenuta il 30 novembre 1940, circondato da unanime stima per l’alto profilo morale della sua personalità, per la socievolezza, per la sua sensibilità civile.

Fu vicino ai giovani che aspiravano ad elevarsi verso più alti traguardi di natura culturale ed accompagnò con la sua prefazione la produzione poetica di qualcuno di essi.

Espresse il suo sentimento religioso soprattutto nel rapporto assai vivo con la Confraternita del Carmine, per la quale acquistava una pregevole statua in legno policromo della Titolare, opera dello scultore Vincenzo Moroder di Ortisei.

Non è da escludere che proprio da un fondo di compassione umana ed evangelica per gli indigenti, unito all’alto senso dello Stato, – verso il quale si sentiva quasi debitore e dal quale ripeteva spesso di aver ricevuto tutto – sia nato nel Perugino il progetto di devolvere la maggior parte dei suoi averi all’ex Ente Comunale di Assistenza di Curinga per la creazione di “un Ospizio di mendicità per i poveri più bisognosi del… paese”, dei quale avrebbe dovuto essere Presidente sempre di diritto il Priore della Congregazione di Maria Santissima del Carmelo.

Nella cappella cimiteriale della stessa Congregazione, in una sepoltura perpetua, riposano attualmente le spoglie mortali del Magg. Sebastiano Perugino. L’istituzione da lui voluta con testamento del 7 giugno 1940 fu nel giro di qualche anno realizzata dall’Amministrazione comunale di Curinga ed andò, con passare del tempo, qualificando sempre più le proprie prestazioni.

Affidata fin dagli inizi alle Suore Terziarie Francescane del Signore di Caltanissetta, essa è attualmente in funzione, assicurando una dignitosa ospitalità a numerosi anziani di Curinga e di vari altri Centri della Calabria.

Maestra Teresa Augruso

Teresa Augruso

 Teresa Augruso

Teresa Augruso Nella nostra città sono vissuti, in tutte le epoche, grandi personaggi nei più svariati campi della vita e della cultura. Purtroppo molti di essi sono passati in silenzio, senza che umanamente si tributasse loro il giusto riconoscimento. Qualcuno è scivolato nel

“dimenticatoio”,qualcun’altro è stato apprezzato e valorizzato solo da pochi, altri — i più fortunati —sono stati rivalutati a distanza di tempo, dopo la morte che non ha reso giustizia ai loro meriti sia morali che intellettuali. È l’esempio di Teresa Augruso che definire semplicemente poetessa potrebbe risultare diminutivo, considerate le molteplici virtù che la spinsero a cimentarsi in numerose attività culturali e didattiche. A distanza di oltre un quarto di secolo dalla sua morte,si sta riscoprendo e in buona parte scoprendo il grande bagaglio di opere e composizioni realizzate in oltre cinquant’anni di vita artistica. Teresa Augruso nasce a Curinga il 1 ° Gennaio 1897 da padre curinghese e madre napoletana. Ha una fanciullezza serena e felice, trascorsa assieme ai suoi genitori e ai suoi fratelli (due maschi e tre femmine). Frequenta le Scuole elementari nel paese natio, e quelle Superiori a Catanzaro dove è ospite nella casa di Contrada Campagnella di una sua compaesana che, nei suoi scritti, descrive come “amorevolmente severa” . Si diploma giovanissima in magistero e, a soli diciassette anni, vince il concorso per il quale è assegnata alla Scuola di Acconia di Curinga. In quegli anni conosce e si lega sentimentalmente al sottotenente Aquilino Serra, reduce della Grande Guerra (del celebre reparto Arditi d’Italia) che sposerà nel 1920. A seguito della richiesta di trasferimento, le I viene assegnata la cattedra presso la scuola dell’Annunziata nell’omonima frazione di Nicastro. Successivamente passa al I Circolo didattico con sede nell’edificio scolastico «Magg. Raffaele Perri», dove resterà maestra fiduciaria per tantissimi anni. Per due anni consecutivi frequenta a Roma dei corsi nazionali di ginnastica ai quali fa seguito l’incarico di insegnante di Educazione Fisica per tutte le Scuole secondarie inferiori e superiori della città. Ciò le permetterà di insegnare contemporaneamente sia nelle “elementari” che nelle “medie superiori” anche oltre il normale orario di lezione. Negli anni Venti organizza una piccola compagnia teatrale portando in scena le operette «Casa Pierrot», «Mascotte» ed altre ancora. Fin da ragazza a Curinga — dove frequentava Casa Bevilacqua, cenacolo di cultura e di teatro — si cimentò in lavori di rappresentazione delle opere di Moliére, Goldoni Pirandelìo. Negli anni di insegnamento la sua abitazione, nelle ore pomeridiane, diventava anch’essa centro di cultura e di studio: prestava infatti gratuitamente lezioni private a quasi trenta bambini per l’ammissione alle scuole medie. Fu segretaria dell’Associazione religiosa S. Vincenzo De’ Paoli, e Crocerossina volontaria. Preparava sovente dei saggi ginnici curandone, oltre alla parte tecnica, anche la coreografia. Era una donna instancabile ed eclettica sotto tutti i punti di vista. Si interessò sempre di lettere e di varie discipline del sapere: si ricordano in proposito alcune sue conferenze di carattere scientifico nel salone municipale di Nicastro. Disegnava alla perfezione e sapeva scrivere in modo brillante e piacevole. In merito svolse un’intensa attività pubblicistica su riviste quali Calabria Letteraria, cimentandosi sull’analisi critico – letteraria degli scrittori calabresi. Fu redattrice di Rassegna Calabrese, e articolista dell’Arca di Piacenza e della rivista americana Divagando New York. Alcune sue recensioni apparirono sul Tempo, sul Roma e sul Messaggero. Nel lontano 1939 diede vita al gruppo folkloristico di Nicastro di cui divenne pure direttrice artistica e autrice di canti, musiche e scenette. In particolare, del suo repertorio, vanno menzionati due opuscoletti contenenti canzoni, tradizioni e un’attenta descrizione

del costume nicastrese. Nel 1950, si trasferisce temporaneamente a Roma dove insegna in S. Cesario e in Zagara lo. Ben presto farà definitivo ritorno nella sua amata Nicastro dove le viene assegnata una cattedra presso la Scuola elementare di S. Teodoro. Ivi resta sino alla fine della sua carriera didattica, anche quando si rende libero un posto presso il rinomato Istituto “Magg. Raffaele Perri”. Si dedicò alacremente alla ricerca culturale e storica di questa parte vecchia di Nicastro, per lei ricchissima di fascino. La sua vena poetica fiori e si consolidò in poesie in lingua, e — nella maggioranza — in vernacolo. Scrisse in proposito una raccolta di poesie dal titolo Canto degli Alberi. Nello stesso periodo “inventa” un espediente didattico per l’apprendimento facilitato delle tabelline pitagoriche che le verrà brevettato. Le sue canzoni e suoi inni riscuotono molti successi e vincono parecchi concorsi scolastici e non, fra i quali va ricordato quello postumo del 1981 ad Assisi in occasione della 19a edizione nazionale per le scuole medie “Ragazzi in gamba d’Italia”, con la canzone Pirò Bonasera ‘Ntoniuzza, che conquista il primo premio. Mai la sua anima si fece arida o assente dinanzi alle voci e ai problemi altrui che travagliano l’esistenza dell’uomo. «Non volere anima mia sentirti arida spugna in petto rude» recita nella poesia Non volere premiata da Carrieri. Memorabile la bellissima poesia “Povere Gocciole” dedicata a Franco Berardelli. I suoi scritti in lingua dialettale cantano l’animo della gente di Nicastro, la gioia di vivere e l’amore della gente di Nicastro, tutto della sua Nicastro, che lei chiama “sua seconda culla del cuore”. Teresa Augruso va ricordata come docente che anticipa i tempi: basta citare la Tavola Totodita per rendere più piacevole e facile l’apprendimento. Dei suoi espedienti didattici si trova larga traccia nell’Enciclopedia Fabbri ed in altre opere didascaliche. Lo studioso di storia locale Don Pietro Bonacci nei suoi libri sostiene che l’ultima vera poesia dialettale nicastrese è quella di Teresa Augruso, mentre Giuseppe Marzano l’annoverava già nel 1954 tra i maggiori scrittori calabresi. Credeva fermamente nei valori della famiglia, e nei principi religiosi, umani e nazionali: sentimenti che affiorano con calore e passione nei suoi studi sugli usi e costumi calabresi. Ricevette numerose lettere di compiacimento da parte del Provveditore agii Studi e della Direziona Generale delia Scuola elemen-tare; a proposito di quest’ultima ella scrive: «La scuola elementare è, nella nazione, un dolce assillo a cui nessun cittadino può sottrarsi e per cui “molti” dedicano, in caro affanno, tutta una vita, intera!» Purtroppo la morte la colse nel pieno della sua maturità umana ed artistica, in Nicastro il 21 Novembre del 1968 all’età di 71 anni. Delle sue poesie e dei suoi scritti (oltre cento lavori) in vernacolo e in lingua, si stanno preparando delle raccolte di prossima pubblicazione, nell’auspicio che l’unanime apprezzamento giunga per questa illustre nostra concittadina

Di “Adelaide Serra”

STORICITTA’ (Marzo 1994)

Madre Vincenzina Frijia

Vincenzina Frijia

Madre VINCENZINA FRIJIA

Eco dell’ Amore di Dio Nasce a Curinga il 13 Giugno 1915 da Vincenzo ed Eleonora Frijia.

Quarta dei cinque figli dei coniugi Frijia, Isabella , in religione Vincenzina , fin da giovanissima mostra segni di vocazione speciale verso il Bello e soprattutto verso il Signore Gesu’.

Ancora bambina viene mandata a Montesoro, fraz. di Filadelfia, dove, in casa dello zio Arciprete Vincenzo Frijia, inizia uno straordinario cammino di formazione alla santità. Con Lei c’è, oltre lo zio arciprete e la zia Isabella , sua cugina Maria Frijia, madre dello scrivente.

Due anime che avvertono in pienezza la chiamata ad essere “Eco dell’Amore di Dio”. L’una protesa verso la vita religiosa, l’altra, su consiglio successivo della prima, verso la vocazione familiare.

Bellissima oltreché gentile e di temperamento gioviale, Vincenzina conduce una vita serena e spensierata con spiccato amore per la musica ed il canto, tanto da essere chiamata dallo zio “il mio usignolo”.
Cresciuta negli anni, ricorderà sempre quei tempi e ne farà tesoro per mostrare a tutti che è possibile vivere la gioia cristiana come dono da offrire a chi è solo e sfiduciato.

Forte di questa gioia Isabella soccorre i poveri ed i bisognosi. Cosa che farà per tutta la vita , sia in Italia che all’ estero quando andrà in Brasile ed in Francia per visitare le prime Case della Congregazione alla quale poi apparterrà.

A 18 anni , quando indossa il saio francescano per entrare nell’Istituto delle Suore Francescane del Signore, a Caltanissetta, ha già alle spalle un intensa preparazione spirituale ed una volontà decisa di abbracciare la vita religiosa.

Lo aveva già dimostrato qualche anno prima. A Curinga in mezzo alle consorelle della Confraternita dell’Immacolata. A Montesoro e ancora a Curinga , dove ebbe la fortuna di incontrare la Fondatrice dell’ Ordine delle Francescane del Signore della città, Madre Immacolata La Paglia, in visita alla prima casa aperta in Calabria nel 1934, su espresso desiderio dell’allora Vescovo di Nicastro Mons. Eugenio Giambro. Decide senza indugio di entrare in Congregazione e una notte, come dirà lei stessa , le appare in sogno San Francesco D’assisi che, a conferma della sua vocazione , le sussurra:” entra , entra tra le suore Francescane del Signore”.

Il 24 Novembre del 1934 inizia il postulantato e il 29 Ottobre 1935 indossa l’abito. Nel ricordino farà stampare queste sue frasi:” Che Ti renderò o Signore , per la grazia si grande che mi concedi?” ed ancora :” Spogliata degli abiti del mondo e rivestita del prezioso saio di penitenza vivrò solo per Te!”. Dopo due anni di intensa formazione, il 2 Dicembre 1937 emette i voti solenni dinanzi al Vescovo Mons. Giovanni Jacono . Giorno 4 Ottobre del 1943, festa di San Francesco D’Assisi emette quelli perpetui.
Dal quel momento è tutto un incalzare di fervente apostolato a favore di quanti le chiedano “ragione della sua fede”. Verso i poveri, gli ammalati, verso le consorelle che educherà , da maestra delle novizie , in maniera del tutto straordinaria. Tutte le suore che la ricordano in veste educativa ne avvertono ancora un esaltante fascino di spiritualità. A partire dall’ attuale Superiora Generale della Congregazione , Madre Celestina Dinarello . E assieme a lei, Madre Giacinta Cammarata e Madre Arcangelina Guzzo. Suor Vincenzina vive in pienezza la chiamata alla Santità. Soccorre i militari feriti quale crocerossina durante il conflitto mondiale. Quando verrà il Capo dello Stato in Sicilia per visitare l’ospedale militare di Caltanissetta, Madre Vincenzina e pronta ed operosa nelle corsie dei malati.
Gioviale e discreta, entusiasta e mite, si mostra sempre disponibile nel servizio e nella missione propria di una religiosa di altro tenore morale ed umano.

Ci vorrebbero fiumi d’inchiostro per narrare quanto Suor Vincenzina, nella sua breve esistenza, ha realizzato in assoluta umiltà ed obbedienza al suo carisma. Certo è che Madre Vincenzina ebbe la stima e l’affetto di tutta la Congregazione che l’annoverò per più anni come segretaria generale e poi come vicaria generale. Fu l’intuizione dell’allora Superiora Generale Madre Annina Ragusa a sostenerne fortemente

l’elezione a terza Madre Generale . Erano gli anni del Concilio Vaticano II° e quella nomina veniva proprio a cementare un impegno a continuare in sintonia con le novità di una Chiesa che si rinnovava nelle linee pastorali e nella presenza nel mondo.

L’umile Suor Vincenzina fu all’ altezza della chiamata, superando ogni attesa ed ogni previsione. Da Madre Generale portò avanti il Carisma del Fondatore PADRE ANGELICO LIPANI , il cappuccino santo di Caltanissetta, con una chiarezza ed una lungimiranza che , ancora oggi a distanza di oltre trent’anni, sanno dell’ eroico . Ed eroica fu Madre Vincenzina. Nonostante le precarie condizioni di salute, pur giovane Suora, girò tutta la Congregazione. Dal Brasile alla Francia, preparando una strada oggi fiorente verso le Filippine e la Bolivia.

Il tutto in appena due anni e quattro mesi di generalato. Anni di instancabile attività missionaria e culturale. Per suo merito vengono ottenute le parifiche per le scuole gestite dalla congregazione e si aprono nuove case in Sicilia ed in Brasile. A Caltanissetta viene ottenuta la parifica dell’ Istituto magistrale esistente presso la Casa Madre (oggi Centro Studi). A Rio De Janeiro viene inaugurato l’Istituto Francisca Paula . Sempre in Brasile vengono aperti due orfanotrofi e due ospedali.
A Caltanissetta Madre Vincenzina realizza L’Aspirantato; inizia e porta quasi a termine una grande Casa di accoglienza, adibita oggi anche quale Centro per Ritiri Spirituali e Convegni.
Madre Vincenzina passa come una meteora. E’ luminosissima. Guizza veloce nel firmamento, guarda verso la terra e punta all’ Infinito. Poi riparte e sembra sparire.

Alle quattro del 21 Giugno 1966 viene colpita da un’embolia. Dopo un breve ed apparente tranquillo decorso del male il sette Luglio Suor Vincenzina vola in cielo tra gli Angeli ai quali, prima di morire, aveva promesso di offrire ogni sofferenza e tutta se stessa al Signore ed al Papa.

Una serie di circostanze e strane coincidenze mi legano a quell’ avvenimento. Avevamo telefonato a Caltanissetta perché l’allora Arcivescovo di Fermo, Mons. Norberto Perini desiderava la presenza delle Suore Francescane del Signore in una Clinica privata di recente costruzione. Appurammo , con sgomento, della malattia di Madre Vincenzina. Lei stessa però tramite una suora, ci rispose che avrebbe fatto di tutto per accontentare il Vescovo e il bravo medico proprietario della clinica. A telefonare era stata mia madre sua cugina ed inseparabile amica durante gli anni della fanciullezza. La stessa Madre Vincenzina, in più di un occasione e in alcune lettere, che conservo gelosamente, ricorda con particolare affetto quegli anni. Mia madre morì, dopo alcuni anni, con la stessa malattia di Madre Vincenzina e allo stesso orario.

Qualche giorno prima il ventitre Maggio 1966, Madre Vincenzina aveva incontrato personalmente Paolo VI°, in occasione del consueto Convegno Nazionale delle Superiori Generali. Quel gesto continuava a suggellare il suo incondizionato amore alla Chiesa.

Ai funerali ,celebrati in maniera solenne nella Cattedrale di Caltanissetta, c’era un immensa folla. Tutti i sacerdoti della diocesi assieme a tanti altri venuti dall’intera Sicilia e dalla Calabria. Alcuni Vescovi, autorità e popolo, tanto popolo. Centinaia i telegrammi di cordoglio. Quello del Papa e del Cardinale Ruffini ,Arcivescovo di Palermo e Protettore della Congregazione. In quei giorni, nel giardino e sulle terrazze della Casa Madre, fioriscono improvvisamente i crisantemi. Inconsueto per il mese di Luglio. E l’Istituto è inondato di un intenso profumo.

Con animo trepidante e riconoscente guardo anch’io alla figura cristallina di questa eccezionale religiosa. Ne colgo ancora i tratti buoni e gentili che mi infondono serenità e speranza. Ma soprattutto ne avverto il calore spirituale che mi fa dire, assieme a quanti l’hanno conosciuta e non, che le creature risuonano come” Eco dell’Amore di Dio”. In special modo quelle che, come Madre Vincenzina, Vivono totalmente in Lui. Madre Vincenzina Frijia veglia sull’ intera Congregazione delle Suore Francescane del Signore. In Italia, Brasile, Filippine, Bolivia, Francia, Tanzania. E il suo cuore è li dove c’è bisogno di conforto, di aiuto , di preghiera. Fedele Sposa di Cristo e calabrese autentica. Vanto di Curinga e Figlia illustre di questa nostra antica Diocesi.

Vito Cesareo

Sottotenente Vincenzo Calvieri

Vincenzo Calvieri

Scheda completa di: Vincenzo Calvieri Sunt lacrimae


La Chiesa, che ha esperienza bimillenaria delle tre realtà, fa pregare: «A peste, fame et bello (guerra) libera nos, Domine ». Il re Davide, a suo tempo, non seppe cosa scegliere perché l’un flagello valeva l’altro. In guerra si muore, e muoiono i giovani, i giovani più validi. La lunga lista dei caduti comincia il 21 ottobre 1915 con il sottotenente ed ex seminarista, Vincenzo Calvieri; era nato il 21 nov. 1892. Nello stesso giorno la morte colse il venticinquenne Villelli Tommaso. L’ultima, ad armistizio concluso, sempre per causa di guerra, il soldato (ventidue anni) Mazza Francesco: 9 giugno 1921, ospedale militare di Bologna.

Telegrammi stereotipati affluivano sul tavolo del Sindaco: « Compiacesi comunicare dovute forme cautele famiglia che gloriosamente cadeva sul campo battaglia. Colonnello ».

Non vi era bisogno che il Sindaco entrasse in casa: la tragedia cominciava. Primo atto veramente vissuto: gramaglie per la vedova, per i genitori, pianto dei figli nel pianto di una famiglia. Secondo atto (oggi la definiremmo «farsa»). Lo trascrivo dalle Esequie del sottotenente Vincenzo Calvieri: «II corteo mosse dal Palazzo di Città, aperto da tutte le scolaresche maschili e femminili del Comune, recanti una corona di fiori e guidati dai rispettivi insegnanti; appresso la musica cittadina e quindi la Bandiera del Municpio, portata da un soldato ferito nell’odierna battaglia, fra quattro Carabinieri al comando del proprio Maresciallo, ed accompagnata dal Sindaco, dalla Giunta e dal Consiglio Comunale, dal Comitato di Assistenza Civile, dalla Società Operaia e dalla Società Indipendenza e lavoro e dal popolo. Giunto alla casa dell’estinto, dove la famiglia tenne pronto un simulacro di bara, avvolta in un drappo, con sopra le insegne del defunto, che, presa e portata da quattro giovani amici, reggendo i cordoni il sig. Antonino Senese presidente del Comitato di Assistenza Civile, il sindaco sig. Basilio Perugini, il sig. Bonaventura Bevilacqua e il dott. Domenico Lorusso, fu accompagnata alla Chiesa del Duomo, dove era stato eretto un degno catafalco, sul quale il finto tumulo fu deposto. Celebrata la messa solenne, benedetto il tumulo che rimase in Chiesa fra i ceri e le corone, terminate le belle parole di occasione pronunciate dall’arc. Caruso, il corteo riordinatesi come prima, fece sosta in piazza del popolo, dove furono pronunciati i discorsi di occasione e andò a sciogliersi al palazzo di Città »

(Cfr. In memoria di V. Calvieri, pp. 11-12). Quella cassa vuota portata da casa alla chiesa e posta tra ceri.
Sottotenente Vincenzo Calvieri

CENNI BIOGRAFICI

Vincenzo Calvieri nacque in Curinga il 21 novembre 1892 da Sebastiano e da Eleonora Minniti. — Costoro, con indefesso lavoro e continue privazioni, potettero provvedere per tempo alla educazione di lui che, dotato d’intelligenza non comune, aveva intrapreso la carriera ecclesiastica, come quella che alla sua epoca era la pili economica e perciò la più corrispondente agli scarsi mezzi pecuniari di cui la famiglia poteva disporre.

Da giovinetto, circondato dallo affetto dei suoi, cercò subito di meritarselo sempre più, ed attese a compiere la propria educazione ed istruzione con ogni diligenza e con grande amore guadagnandosi la stima dei maestri e dei compagni. Dei compagni pure, giacché mai da parte di alcuno egli è stato mai oggetto d’invidia; tanta era la sua modestia, la sua lealtà, il suo affetto per tutti.
Percorrendo così i primi anni nei Seminavi di Nicastro, Monteleone, Catanzaro e Bova, in ogni fine di anno scolastico egli intuiva la necessità di rendere legali i titoli dello studio fatto; ed all’insaputa del Seminario, ed all’insaputa della sua famiglia, dopo ottenuta la promozione di classe nelle scuole ecclesiastiche frequentate, avvalendosi dei suoi risparmi peculiari fatti durante un anno, pel pagamento delle tasse scolastiche, concorreva anno per anno agli esami delle Regie Scuole ginnasiali e liceali, ottenendone sempre la promozione e conservando i certificati legali relativi.
Per tale sua previggenza, appena chiamato al servizio militare, si trovò al caso di ascriversi agli allievi ufficiali, e con la rigida disciplina dell’esercito, seppe trovar modo e tempo di continuare i suoi studi tino a conseguire la licenza liceale, ed ipso facto presentarsi al concorso di esami di Sottotenente, vi conseguì la nomina, riuscendo il 3°. fra lutti i concorrenti. — Ed il 14 Agosto 1915, proveniente da Torino, vestito della sua nuova divisa di Sottotenente di Fanteria, per arrivare la sua nuova destinazione al 19°. Reggimento Fant. di stanza a Cosenza, vi passava dalla sua famiglia, formando visi sei giorni soltanto, valsi alla consolazione dei suoi vecchi genitori che videro con sì bel successo coronata l’opera loro.

Né il grado, né l’Autorità di Ufficiale dell’esercito lo avevano minimamente adulato, e nulla avea perduto di quella modestia ch’era stata sempre sua, nella casa di poveri agricoltori da cui proveniva; sicché tutti i cittadini indistintamente lo ebbero in grande stima, ed ammirandone le qualità, tutti, in quei sei giorni che ha dimorato in famiglia, vollero portargli personalmente lo più affettuose congratulazioni. —Egli sentivasi arrivato all’apoteosi dei suoi sogni, esternava con orgoglio i suoi sentimenti per la patria, anelava il momento di far parte, con la sua nuova divisa, tra le fila dei combattenti. — II 22 di Agosto si presentò al comando del suo Reggimento, raccomandandosi e piatendo di essere mandato dove tanti altri giovani suoi pari esponevano la propria vita per la grandezza della Patria.

Otto giorni ancora e l’ottenne!

Il 29 di Agosto, ritornò per 24 ore in famiglia a prendere commiato da tutti, ed il successivo giorno 30 partì per raggiungere il 141°. Regg. Fant. al quale fu destinato e che trovavasi in battaglia.
Dalla Zona di guerra egli scrisse la sua entrata il 16′ settembre, in trincea.
Non dovea più ritornare! Non è più ritornato! Le sue lettere, donde appariva la sua vocazione di rendersi utile alla grandezza della Patria; donde appariva tutto il suo eroismo contro il nemico d’Italia; donde appariva che tutto per lui era passato in seconda linea, affetti di famiglia, di parenti, di amici….. la sua giovinezza, la sua vita, il suo avvenire….. di fronte all’amor della gloria italiana…; le sue lettere impensierirono tutti, e tutti, trepidanti, attendevano ad ogni istante notizie di assicurazione sulla sorte di lui! E quelle sue lettere cessarono con la data del 20 Ottobre! Il 13 di quel mese scriveva ad un suo amico e parente Sig. Bruno Garofalo, queste righe fra le altre: « Intorno alla guerra, mio caro, cosa vuoi che ti dica, « le solite chiacchiere di giornali, i quali dicono tanto» di quelle cose che non sono mai avvenute.—Sul nostro « fronte, scontri ne avvengono tutti i giorni; ma sono « scontri parziali di poca importanza che finiscono « con la vittoria completa dei nostri, con poche perdite, dato il valore dei nostri bravi soldati, i quali « nel nostro Reggimento sono tutti calabresi. — E per « mia convinzione e constatazione dei fatti, posso assicurarti che valorosi come i nostri calabresi non ve ne sono.—Presto avremo il cambio ed anche si apriranno le licenze, quindi spero di riabbracciarti.— Certo tu sarai più trepidante di me per la mia stessa vita, poiché io che sono in continuo pericolo, neppure ci penso alla morte, assorto nel supremo pensiero di vincere e di condurre sul campo della gloria i miei « soldati. »

Ed il 18 dello stesso Ottobre scrisse ai suoi genitori ed al Garofalo:

Ai primi diceva : Sto bene, e mi auguro che anche voi tutti stiate bene. Mai come in questo momento sento il bisogno « di una paterna e materna benedizione che io con la presente chiedo. — Con 1′ augurio che questa benedizione mi giunga opportuna, tralascio di scrivere chiedendo la medesima ed abbracciando con affetto tutti, ecc.

Al Garofalo diceva : « Sto benissimo fino al momento, ma verso una « fase di gloria che spero di poterne usufruire col maggiore vantaggio possibile. — Credo che mi comprendi quel che voglio dire, e se ritardo a scrivere significa sto molto bene ed al sicuro e quindi cerca di non dimenticarti di un amico che ti ha sempre voluto bene. — Non posso dirti altro. — « Tralascio con l’augurio di poterti inviare altra mia..ecc. »

Ed allo stesso Garofalo l’indomani 19 ottobre scriveva altra cartolina: Carissimo, mentre il cannone tuona, io attendo il momento di lanciarmi all’assalto, alla vittoria — Viva l’Italia— Avanti—Saluti—V.»
La successiva mattina, 20 ottobre, ultimo giorno in cui scrisse, vergò a matita queste laconiche notizie, ai genitori ed al Garofalo: agli uni « 20-10-15 —Sto bene, chiedo S. benedizione — Vostro Vincenzo»; all’altro, « 20-10-15 Ancora sto benissimo— Saluti V.»

Furono le ultime!! Fu poscia il Comandante del 141 Regg. che in sua vece, più tardi, il 4 di novembre, telegrafò al Sindaco di Curinga:

« Compiacciasi comunicare dovute forme cautele « famiglia Sottotenente Calvieri Vincenzo che gloriosamente cadeva sul campo battaglia.

COLONNELLO THERMES

Egli cadde sul campo di gloria, colpito alla testa e al petto, il 21 Ottobre, durante uno dei più impetuosi assalti dati dalle nostre fanterie al Monte S. Michele.

Maestro Vincenzo Sestito

Vincenzo Sestito

Scheda completa di: VINCENZO SESTITO


Sono stato anch’io discepolo del maestro Vincenzo Sestito, sebbene abbia fruito dei suoi insegnamenti soltanto nell’ultimo anno della sua lunghissima carriera di docente, quando frequentavo la seconda classe elementare. Proprio quell’anno, alla veneranda età di settantatrè primavere – era nato a Curinga da Emanuele e Palma Votta il 5 luglio 1877 – lasciava l’insegamento colui che per oltre mezzo secolo era stato l’educatore per antonomasia, il simbolo di una scuola illuminante il cui spirito veniva interpretato con la coscienza che l’educazione e le conoscenze impartite nel corso della scuola elementare, per gli alunni, sarebbero rimaste, non considerando quelle naturali della famiglia e dell’ambiente, le uniche per tutta la vita Il suo nome era una garanzia ed un biglietto di visita di sicuro affidamento per chiunque avesse avuto bisogno di dar prova di una preparazione indiscutibile: “Ho conseguito la licenza elementare sotto la guida del maestro Sestito”, oppure, “Ho frequentato la ‘Sesta’ diretta dal maestro Vincenzino Sestito” potevano essere le frasi guida su cui poteva scivolare più fluido il colloquio d’esami per l’accesso ad un impiego o ad una carica di responsabilità che richiedessero cultura generale vasta e competenze specifiche sicure.

Un mito per generazioni e generazioni di allievi!

Era il 1950 quando cedeva il testimone del suo magistero educativo certamente ad uno dei più degni allievi ed erede spirituale, il prof. Vincenzo Sgromo, che ne ha continuato l’opera con lo stesso zelo, la stessa abnegazione e lo stesso impegno nel trasmettere agli alunni tutti quegli insegnamenti che sarebbero stati capaci di recepire con l’intento di dotare le loro menti e i loro cuori d’inesauribili risorse capaci di assicurar loro successo in qualsivoglia campo operativo si fossero cimentati.
Ogni qualvolta la mia mente rivisita quel periodo, mi balza sempre davanti agli occhi della memoria quella sua figura ascetica che puntualmente ogni mattina appariva gradatamente da dietro il muricciolo che costeggia via Serra di Ciancio e si stagliava per breve tempo nel sole, affiorante alle spalle da dietro i tetti, i cui raggi ne disegnavano per un attimo i contorni del busto con un merletto di luce, prima che egli entrasse nella fascia d’ombra proiettata dal vetusto palazzo Panzarella, posto nell’angolo di confluenza di detta strada con via Notarcola. Allora la sua figura risultava più percepibile per il contrasto tra il nero del cappello e della giacca ed il bianco della camicia, con l’immancabile colletto di seta lucida e inamidata, cui si aggiungevano i candidissimi baffi che accendevano il rosa delle sue guance ineccepibilmente rasate. La maestosità del suo portamento e l’eleganza del suo incedere erano espressione di equilibrio interiore che penetrava chiunque entrava in rapporto con lui.

Si avvertiva intanto il rumore sommesso dei suoi passi misurati e lenti, ma sicuri, sul selciato perché all’esclamazione “il maestro!” del compagno che per primo intravedeva gli inconfondibili tratti di quella ieratica andatura, tutti ci premuravamo di assumere compostezza e silenziosa posizione di attesa rotta dal corale “buongiorno, signor maestro!” cui seguiva il frenetico assieparci all’entrata.
E come la porta si schiudeva venivamo investiti da un’onda intensa di profumo di matita che si sprigionava dall’aula come se le pareti, dopo averlo assorbito per tutto il giorno, durante la notte lo avessero riciclato per lanciarcelo addosso con la delicata violenza di una manciata di petali olezzanti. Quell’odore pungente di scuola ci penetrava l’anima e sollecitava in noi, non senza una stretta al cuore, fiduciosa euforia, sicurezza, speranza infinita nell’avvenire.

Il tono pacato e suadente della sua voce accompagnava la giornata scolastica costantemente illuminata dai suoi interventi esplicativi precisi, trasmessi con parole semplici, ma scandite sempre con una chiarezza unica, intrisa di carezzevole, vellutata sonorità, ed enunciate con una maestosità sacerdotale che conferiva prestigiosa autorevolezza ad ogni insegnamento ed un senso di diffusa austerità a quell’ineffabile atmosfera di laboriosa, serena collaborazione. Nello stesso tempo, c’infondeva nell’animo gioia d’apprendere, passione per lo studio, inebriante desiderio di luce, voglia irrefrenabile di sublimare la dimensione della nostra vita attraverso il sapere. Quel vibrato accento che caratterizzava il suo dire evocava in noi misteriose risonanze che si fondevano all’impercettibile fruscìo di tènere fantasie veleggianti verso arcani mondi, eccitavano suggestive sensazioni di magiche promesse…

Si operava circonfusi da un alone di paterna presenza, stimolante e protettiva, consacrato dalla grande venerazione nostra per lui. Venerazione che trovava riscontro nelle famiglie poiché, nella maggior parte dei casi, egli era stato l’educatore dei fratelli più grandi o dei padri stessi per cui a casa si veniva iniziati al culto del maestro.

“Severo”, “rigoroso” sono le valutazioni ricorrenti che mi colpiscono quando sento parlare di lui, anche se accompagnate puntualmente, ora a note chiare ora velate, da espressioni di profonda ammirazione, di immensa gratitudine e di commovente devozione. Eppure io di lui conservo nitida la memoria di una figura deamicisiana di maestro.

Tra i ricordi indelebili rimane la rituale, mattutina integrazione dell’inchiostro nei calamai fissati allo scrittoio: era l’unico insegnante a sollevare gli scolari dall’incomodo peso di portare da casa la caratteristica boccettina contenente il nero liquido in cui intingere la penna, che puntualmente, nei casi più fortunati, ci macchiava soltanto le mani.

Se qualche alunno si assentava a lungo perché ammalato, si recava a fargli visita ed esortava anche noi a fare altrettanto. Procurava egli stesso, forse attraverso l’ente comunale per l’assistenza, flaconi di vitamine che faceva sorbire personalmente ad alcuni compagni che, specialmente nei periodi di convalescenza o di particolare debilitazione, avevano bisogno di qualche ricostituente.
E che dire dell’accoglienza che riservava, in tempi molto più tristi, come mi ha più volte raccontato l’amico Giulio Perugino, suo genero, ai ragazzi che arrivavano da Montesoro dopo aver guadato il torrente Turrino ed essersi inerpicati per l’erta mulattiera che da Pomillo sfocia in via Roma, proprio dietro l’abside della chiesa Matrice. Nelle giornate particolarmente rigide e piovose dell’inverno li attendeva sull’uscio e li ospitava in casa, intirizziti e spesso fradici di pioggia, perché si ristorassero al tepore del camino, senza tralasciare di offrir loro qualche tazza di latte caldo e qualche biscotto.
Eccelleva, il maestro Sestito, in un’altra attività che svolgeva nel tempo libero con valentia perchè le opere che ha lasciato sono di eccezionale pregio artistico, non solo storico e sociale. Intendo del suo interesse per la fotografia cui si dedicava con passione e straordinaria competenza tanto da organizzare in una stanza della sua abitazione un attrezzatissimo laboratorio per lo sviluppo e la stampa delle istantanee. Numerose sono le foto che ci sono pervenute e la loro qualità ci autorizza a definirle dei veri e propri capolavori per tecnica di esecuzione, nitidezza d’immagine, soggetto di ripresa. Rappresentano, inoltre, rare e significative tessere di lettura della vita sociale, culturale ed economica del tempo, vale a dire, della storia del nostro paese, documenti preziosi e indispensabili per il recupero della memoria del nostro passato.

Coadiuvava il dott. Sebastiano Serrao, ufficiale sanitario del Comune, soprattutto durante la campagna di distribuzione dell’antimalarico Gullo, preparato dal farmacista curinghese dott. Sebastiano S. T. Gullo, nel periodo in cui l’anofele imperversava nella piana di Santa Eufemia Lamezia: alcune fotografie di straordinaria eloquenza si riferiscono a questo servizio sociale reso, con encomiabile spirito missionario, in favore delle nostre popolazioni.

Si distingueva ancora per la facondia e le capacità oratorie e il suo dire assumeva toni solenni e commoventi allorquando si celebravano eventi patriottici o si esaltavano le meritorie opere di qualche persona defunta, i relativi pregi, le sue virtù. Tesseva gli elogi funebri con parole ispirate e toccanti che suscitavano emozioni profonde e consolatrici.

Fu indefesso promotore di iniziative di grande interesse culturale e sociale. Diede il suo autorevole e qualificato contributo alle rappresentazioni teatrali della Compagnia Filodrammatica della nostra cittadina di cui, forse, fu anche uno dei fondatori. Organizzava gli spettacoli, guidava gli attori, suggeriva le battute, svolgeva, più semplicemente, la funzione del regista.
Subito dopo la Grande Guerra, guidò il Comitato che si costituì con lo specifico intento di far erigere il monumento ai figli di Curinga caduti per la Patria, monumento innalzato nella villa comunale ed inaugurato nel 1924

In quello stesso periodo, si occupò di bachicoltura e fece importare semi di ottima qualità propagandando fra la gente sistemi più razionali di allevamento che richiedevano la costruzione di appositi graticci e l’uso di carta da parati. Le innovazioni caldeggiate non riscontrarono il favore degli allevatori per i costi elevati, soprattutto se si considera che la produzione della seta era limitata all’uso familiare e solo per assicurare alcuni pregiati capi di corredo alle ragazze prossime alle nozze.
Dopo il suo ritiro dall’insegnamento, suggellato dal conferimento della medaglia d’argento da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, ha continuato ad impegnarsi ancora in campo sociale, ma, gradualmente, com’è nell’ordine naturale dell’esistenza umana, le sue apparizioni ufficiali vanno rarefacendosi. Col passare degli anni le sue sortite si riducono alle quotidiane passeggiate costellate di innumerevoli, brevi soste per rispondere, alla sua maniera, ai saluti riverenti di quasi tutti i Curinghesi: si informava della loro salute e di quella dei familiari, del loro lavoro, della carriera scolastica dei figli o della loro attività… rievocando qualche particolare relativo alla vita scolastica di ciascuno o qualche significativo aneddoto, a conferma della sua brillante lucidità mentale, della sua formidabile memoria.

Ma, all’improvviso, inesorabilmente gli eventi precipitano:un mese dopo aver festeggiato l’ottantasettesimo compleanno, colpito da ictus cerebrale, si spegne in casa della figlia Maria, a Catanzaro.
È il 6 agosto 1964.

La salma viene traslata a Curinga dove, nella più austera semplicità si svolgono i funerali.
La cittadinanza tutta accompagna all’ultima dimora il Maestro: è un’oceanica, matura scolaresca che si snoda dietro la bara in silenzio, un silenzio religioso imperlato a tratti di sincere, commosse lacrime: con lui se ne stava andando un lembo di cuore di ciascun curinghese.
Martino Granata.